“Jago into the white”: un viaggio personale, moderno, solitario

Solo per oggi 18 e domani 19 giugno, in 150 sale italiane verrà riprodotto “Jago into the white”, il documentario di Luigi Pingitore che, in 96 minuti di film e in quasi due anni di riprese, racconta la creazione di un pezzo di marmo (la Pietà) ma anche un significativo pezzo di vita de “il nuovo Michelangelo”.

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Articolo di , 18 Giu 2024
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Trasferitosi da New York a Napoli, Jago qui scolpisce la Pietà, una reinterpretazione assolutamente personale e moderna dell’arte classica, e Luigi Pingitore dirige un documentario proprio su questo lavoro scultoreo e sulla figura stessa di un grande scultore contemporaneo.

Per circa due anni, la telecamera di Pingitore ha seguito l’opera di Jago e ha ripreso quest’ultimo con un pezzetto di marmo che si rigira tra le mani o con davanti un blocco bianco, bianchissimo, da liberare.

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Solo come un pugile nel suo “ring”, il regista lo racconta così, tra momenti di gloria e di sconforto. Emerge, perciò, un artista che ha un incontro da vincere (quello con l’arte) e, nel mentre, una nuova comunicazione dell’arte da continuare a portare avanti.

Perché, la sua, è una comunicazione che funziona, perché arriva a chiunque, in tutta la sua chiarezza, perché è immediata e profonda e perché fa capire ai più giovani che direzioni nuove sono tutte da intraprendere.

La Pietà, Jago e la sua nuova comunicazione dell’arte

“Il suo è un lavoro animale, fisico, non solo spirituale. Un lavoro in cui maestria tecnica e sudore sono sullo stesso piano. È come se quella chiesa nel cuore di Napoli, a un certo punto, fosse diventata un ring. E il marmo il suo avversario. Con lui lì da solo che, giorno dopo giorno, ripresa dopo ripresa, cerca di vincere il suo incontro”.

Parole, queste, del regista Luigi Pingitore che ha ripreso il lavoro di Jago per circa due anni e lo ha raccolto nel suo documentario “Jago into the white”, presentato in anteprima speciale al Tribeca Film Festival 2024 e da oggi fino a domani nelle sale, come primo evento della Stagione 2024 OFF della Grande Arte al Cinema di Nexo Digital.

Definito dal The Guardian “il nuovo Michelangelo”, il protagonista del film è Jago, lo scultore del 21esimo secolo che tutti conosciamo e che Napoli ha accolto nella sua Piazzetta Crociferi come padrone di casa. È, infatti, nella chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, nel cuore del Rione Sanità, a pochi passi dal Borgo dei Vergini, che l’artista viaggiatore si stabilisce per dare forma a un’arte libera da qualsiasi condizionamento passato, presente e futuro.

Ne risultano sculture ricoperte di pelle di marmo che ora implodono ora esplodono di emozioni e che hanno dato vita a un percorso espositivo che comprende opere anche di diversa natura e che si riunisce sotto il nome di “Jago Museum” (il quale ha appena festeggiato un anno di attività).

Opera realizzata proprio in questo luogo è la Pietà, una scultura che (come le altre) rovescia ruoli e significati da sempre immacolati e che è la scultura protagonista del documentario di Pingitore. La Pietà, come tutte le altre opere di Jago, colpisce per la profondità di significati che si porta dentro ed è come se creasse una sorta di inevitabile compartecipazione emotiva; perché chiunque la veda, da qualsiasi prospettiva, sente qualcosa.

Jago è un artista amato proprio perché dà forma a un’arte che già arriva di per sé, autonoma, a chi deve arrivare ma, in più, Jago è amato anche per la sua maniera di comunicarla, l’arte, di farla intendere senza andare oltre, di consegnarla a chi le sue sculture si mette a guardarle veramente.

Infine, grazie allo strumento dei social, gli appassionati che hanno visitato il museo in Piazzetta Crociferi, che l’hanno rivisitato più volte o che ci andranno a breve per la prima (che sono gli stessi appassionati che andranno a vedere il film in una delle 150 sale italiane, oggi e domani), hanno la possibilità di sbirciare brevi frame del dietro le quinte di questo immenso lavoro artistico che è la scultura, direttamente dalla pagina personale dell’artista.

E questa è forse la parte più suggestiva, quella in cui lo spettatore, tramite un telefono, è invitato persino nel momento in cui non c’è nulla, non c’è ancora opera, quello in cui l’artista inizia a rompere un pezzo di marmo, quello in cui da esso fuoriesce un appena volto.

“Jago into the white” vuole portare sul grande schermo proprio questi momenti, quando è tutto completamente bianco e quando le forme sono ancora tutte da cercare. Vuole portare sullo schermo quel viaggio solitario che è quello verso la creazione di un’opera d’arte, quello a contatto con emozioni fortemente contrastanti.

È un viaggio che appartiene all’artista come protagonista, ma anche allo stesso spettatore, perché in questo modo è invitato a partecipare, e perché se è vero che “ci sono viaggi che vanno intrapresi da soli” (Jago), è anche vero che tutti i viaggi solitari un po’ si assomigliano, e portano – tutti – verso la creazione di qualcosa.

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