A vecchia e trenta ‘e maggio mettette ‘o trapanaturo a ‘o ffuoco, il significato del proverbio

"A vecchia e trenta ‘e maggio mettette ‘o trapanaturo a ‘o ffuoco". È il proverbio che spiega come durante questo periodo stagionale la gente possa essere vittima di alcuni sbalzi improvvisi della temperatura climatica.

Tradizioni e Curiosità
Articolo di , 30 Mag 2022

È ormai volto al termine anche il mese primaverile per eccellenza, ossia maggio. Lascia lo spazio all’avanzo di giugno, mese pioniere della bella stagione estiva. Si sa che a Napoli il 30 maggio A vecchia e trenta ‘e maggio mettette ‘o trapanaturo a ‘o ffuoco. In termini più risoluti, tale proverbio napoletano afferma che di questi periodi un’anziana mise un aspo sul fuoco.

Un detto provinciale sicuramente complesso da comprendere e meno esplicito ed immediato nel significato rispetto ad altri! La morale che contiene, però, è molto attuale e profonda.

A vecchia e trenta ‘e maggio mettette ‘o trapanaturo a ‘o ffuoco”, cosa significa

Per comprendere al meglio l’origine e il significato di questo proverbio partenopeo, possiamo partire da un altro usato in tutta Italia, ossia Non esistono più le mezze stagioni!

Negli ultimi anni durante il periodo autunnale e primaverile vi sono stati diversi sbalzi di temperatura.

Proprio durante questi ultimi due mesi abbiamo assistito, perfino nel giro di poche ore, alla transizione improvvisa da un clima afoso ad uno uggioso ed umido. Non a caso, la primavera è il periodo dell’anno in cui le persone a Napoli passeggiano sia con il giubbotto sia con le t-shirt a maniche corte.

È di consuetudine effettuare in celerità il cambio di stagione, togliendo dall’armadio tutti i capi caldi ed invernali per introdurci quelli freschi, scollati ed estivi.

Ma in questi periodi di mezza stagione che è in agguato la fregatura. Proprio quando si è sicuro dello stanziamento delle temperature torride, per qualche giorno le temperature si abbassano nuovamente, incrementano la brezza del vento e l’indice di pioggia e di umidità.

In tale situazione, colti alla sprovvista, ci si trova senza un piano B perché ormai tutti i vestiti più caldi sono depositati e non usabili al momento. Così ci si ritrova a soffrire il freddo, aumentando anche la possibilità di ammalarsi.

In tale situazione si trovò anche la vecchia che si ritrovò a mettere il trapanaturo sul fuoco.

Il trapanaturo non è altro che l’aspo, uno strumento di legno a forma di manica di ombrello usato durante la lavorazione a maglia per ridurre i fili di lana in matasse.

L’anziana signora, probabilmente, commise l’errore esplicato nelle righe precedenti e si ritrovò al freddo senza qualche giacca o coperte per coprirsi. L’unico modo immediato per riscaldare l’ambiente fu quello di accedere il fuoco del camino sacrificando l’aspo di legno.

La morale del proverbio

È lapalissiano che la morale di questo proverbio consista nel fare con prudenza il cambio di stagione. Soprattutto, il consiglio che risulta evidente è quello di non compiere mai cambi radicali e di non essere mai troppo sicuri della stabilità di una determinata circostanza climatica.

È prudente e saggio lasciare qualche felpa e giacca invernale in un angolo dell’armadio, al fine di ripararsi dal freddo in seguito ad un cambio di temperature. Riempire l’armadio soltanto con indumenti estivi, senza mettere in conto qualche giorno di pioggia o di vento, è una scelta avventata e superficiale.

Questo insegnamento è una metafora della vita. Può e deve essere esteso in ogni ambito e generalità dell’esistenza. Bisogna avere sempre un piano di riserva nella vita ed essere coscienti che le circostanze e gli equilibri possono mutare da un secondo all’altro senza preavviso. Non si devono mai compiere gesti avventati e non bisogna mai essere ciecamente convinti di nulla: al contrario, è da persone coscienziosi prepararsi mentalmente a mille inconvenienti.

Ricorda un po’ come la storia della cicala e la formica ed, ironia della sorte, anche le stagioni annuali combaciano. La stolta cicala consumò con ingordigia tutto il cibo ricavato nella torrida stagione, restando digiuna in inverno. L’operosa e ponderata cicala, al contrario, consumò in modo calcolato ed equilibrato il cibo, riuscendo a metterlo da parte delle riserve per il periodo invernale.

 

 

 

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