Napoli, un culto chiamato caffè

Il caffè a Napoli non è una semplice bevanda, ma un vero e proprio culto. Ma da dove proviene questa tradizione napoletana?

Tradizioni e Curiosità
Articolo di , 03 Mar 2022
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Che sia classico, macchiato, schiumato , il suo profumo inebria i vicoletti di Napoli. Di cosa stiamo parlando? Ovviamente del caffè! Non si tratta di una semplice bevanda, ma di un vero e proprio culto, un rituale di aggregazione a cui è vietato sottrarsi.

Ma da dove proviene questa tradizione napoletana?

Le sue origini

Di origini etiopi, questa bevanda arriva in Europa e in Italia attraverso la Turchia, dove era conosciuta come kahve. I chicchi di caffè probabilmente sbarcarono a Napoli già nel ‘400 sotto il dominio aragonese, quando i commercianti solcavano i mari del Mediterraneo per recarsi nel Levante. Tuttavia, a causa del suo colore nero e delle sue proprietà eccitanti, questo infuso era impopolare agli occhi del clero, che lo definiva “la bevanda del diavolo”.

Altre testimonianze sul caffè risalgono al 1614, dalle lettere che il musicologo romano Pietro Della Valle indirizzava ai suoi amici napoletani, durante il suo amoroso soggiorno in Terra Santa, descrivendo un famoso liquido di colore scuro profumato.

La diffusione del caffè a Napoli

Tuttavia, è solo nell’800 che il culto del caffè si diffonde a Napoli, grazie a Maria Carolina D’Asburgo, moglie di re Ferdinando IV di Borbone. La regina, di origini viennesi, voleva diffondere presso la corte napoletana alcune delle tradizioni in voga a Vienna, dove il caffè era già ampiamente consumato. Così nel 1771, durante un ballo organizzato alla Reggia di Caserta, alcuni uomini in livrea e berretto servirono per la volta questa bevanda. Grazie ad una particolare tostatura dei chicchi ne venne addirittura perfezionata la preparazione, per consentire una migliore estrazione degli aromi.

La nascita di un culto

Nel 1819, da abitudine elitaria qual era, il culto del caffè diventa di dominio popolare in seguito all’invenzione della cuccumella, ad opera del francese Morize. Si passò così dalla preparazione turca per decozione, a quella venezia per infusione, per finire a quella napoletana con la presenza di un doppio filtro. Diminutivo di cuccuma, il termine cuccumella indicava un vaso di rame o terracotta utilizzato appunto per la preparazione del caffè. Nel corso dell’800, il consumo di caffè aumentò, si diffuse la figura del caffettiere, che percorreva la città in lungo e in largo preparando caffè, e venne fondato nel 1860 il Gran Caffè Gambrinus. Successivamente, la cuccumella viene sostituita nel corso del 900 dalla tradizionale moka, inventata da Alfonso Bialetti.

Il caffè nella cultura napoletana

Il caffè è oggi profondamente radicato nella cultura napoletana. Lo stesso Eduardo de Filippo in uno dei suoi monologhi afferma: “Io, per esempio, a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato. E me la devo fare io stesso, con mani.”

Totò invece ne “La banda degli onesti” utilizza la tazzina di caffè come metafora per spiegare il capitalismo. L’abitudine di bere caffè è così consolidata nella cultura partenopea, che si è addirittura diffusa l’usanza del “caffè sospeso”. Essa consiste nel pagare un caffè che verrà poi successivamente consumato da qualcun altro. Qualcuno che magari una tazzina di caffè non può permettersela, questo perché “‘na tazzulella ‘e cafè” a Napoli non deve mancare mai.

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