Il Presepe Napoletano: mitologia, simbolismo e tradizione. Prima parte

Arte e Cultura
Articolo di , 02 Dic 2020

 

“Gli esseri umani si dividono in presepisti ed alberisti e questa è una conseguenza della suddivisione del mondo in mondo d’amore e mondo di libertà.”
Luciano De Crescenzo – Così parlò Bellavista

 

La  tradizione del presepe napoletano inizia da molto lontano e che ogni anno giunge misteriosamente nelle nostre case.
«Te piace ‘o presebbio?» è la domanda – tormentone che Lucariello rivolge al figlio Tommasino in «Natale in casa Cupiello» la celebre commedia teatrale tragicomica di Eduardo De Filippo e che bene incarna la tradizione del Presepe Napoletano; il presepe artigianale, quello fatto in casa che mette in scena pastori, personaggi e significati pregnanti.

 

Il cuore pulsante del Presepe Napoletano, quello vero, quello «popolare» denso di storia e di tradizioni è senza dubbio la celebre strada di San Gregorio Armeno che si anima con i suoi bei pastori artigianali connessi alla cultura natalizia napoletana, dove l’atmosfera delle feste è maggiormente sentita più quì che altrove, da molti secoli.
La strada di San Gregorio Armeno sin dal IV secolo a.C. congiunta alla ‘Via Sacra degli dei’la Via del Sole, l’Acropoli, pullulava di artigiani della terracotta che realizzavano statuine ex-voto da donare al culto di Demetra/Cerere, dispensatrice di abbondanza, tutrice della natura, dei raccolti e delle messi. A distanza di oltre 2.000 anni, colpisce ancora la legittimità sacra e pagana di San Gregorio Armeno e delle sue statuette in terracotta, custodi di una lunga e misteriosa tradizione che influenzerà il presepe napoletano.
Narra una leggenda in riferimento alla terracotta (elemento materico che si presenta spesso) che la mangiatoia di Gesù era fatta di argilla modellata in cento fogge dai Palestinesi che fu distrutta nel II secolo d.C. per ordine di Adriano. Alcune reliquie ‘schegge’ delle presunta mangiatoia apparvero in Occidente e furono particolarmente venerate.

 

Notizie del primo presepe napoletano ovvero della ”Natività” si hanno nel 1478 curato dai fratelli Pietro e Giovanni Alemanno per la Chiesa di San Giovanni a Carbonara. Restano della composizione originaria ben 14 figure policrome intagliate nel legno quasi a grandezza naturale; un’opera solenne e classicheggiante, visibile nella sua magnificenza nel Museo di San Martino che custodisce tra l’altro, una bellissima collezione di presepi.

 

Il termine preṡèpio o preṡèpe per l’etimologia, deriva dal latino ‘praesepium’ o ‘praesepe’ «greppia, mangiatoia» da prae- «pre-» e saepire «cingere, chiudere con una siepe o con una staccionta – dal latino «saeps saepis». Da qui il riferimento alla Palestina dove i luoghi da proteggere e da recintare furono per l’appunto le “grotte” usate come rifugio per gli animali. E di ‘grotte’ Napoli ne custodisce tante, sarcelli di antichi rituali come ci suggeriscono le località di Fuorigrotta, Piedigrotta, Grotte del Chiatamone, Grotta di Seiano ecc. Un elemento naturale dai grandi rimandi simbolici.

 

Diverse letture sul presepe napoletano, possono essere sintetizzate in tre principali concetti:

  • In rapporto al mito, in quanto il presepe fonderebbe parte delle sue radici su antichi miti e rituali di cui si è persa la memoria.
  • In rapporto al simbolo, perchè nel presepe sono presenti significati, valori, in chiave allegorica, espressi negli elementi e nei soggetti in forma simbolica.
  • In rapporto alla tradizione, poichè sono presenti temi, credenze, leggende popolari connesse a Napoli, alla Campania e al Natale.

 

Il presepe nato a Napoli si presta come un racconto popolare anacronistico che è stato tramandato di generazione in generazione, arricchitosi via via di storie e significati dai rimandi sia religiosi che laici ma connotati di una bellezza profonda che unisce popoli e culture multietniche alle falde del Vesuvio. Inoltre l’influsso dell’antico, con il ritrovamento borbonico dei reperti archeologici di Pompei ed Ercolano, ha notevolmente influenzato (è differenziato) lo scenario del presepe napoletano arricchendolo di nuovi messaggi; dal paganesimo si giunge alla cristianità con l’aggiunta di semplici elementi scenografici.
Traspare chiaro la folgorazione negli scritti di letterati, scrittori, poeti, artisti, viaggiatori del Grand Tour nei confronti del presepe napoletano che a loro dire «non ha eguali nel mondo». Napoli è il Presepe e il Presepe è Napoli, qui tutto è luce, gioia, espressione di vita.

 

Il Presepe Napoletano non si presenta come una scenografia nata per caso, anzi: ogni elemento della rappresentazione ha un suo specifico significato.
Il nostro presepe è il riflesso di antiche tradizioni che incorpora la mitologia, le leggende e le credenze popolari, il sacro e il profano, la lotta tra il bene e il male e la tradizione cristiana.

Il presepe non si presenta soltanto come un’espressione artistica ma merita e comprende una lettura più ampia e profonda – oggetto sempre di nuovi studi – sul vero significato simbolico di questa preziosa forma d’arte che ha conosciuto il suo massimo splendore nel corso del Settecento e che ha incluso diverse discipline: l’arte, il teatro, la musica, la letteratura, l’etnografia, la sociologia, la storia, la tradizione e la cultura dell’Arcadia.
Maestri della raffigurazione dei pastori già alla fine del XVI secolo furono i «figurarum sculptores» comunemente chiamati «Figurari» riconosciuti come artisti professionali dell’arte presepiale, ognuno specializzato in un settore.Tra questi citiamo alcuni nomi: i fratelli Bottigieri, Nicola Somma, Giuseppe Cappello, Angelo de Vivo, Francesco di Nardo, il Mosca, Saverio e Nicola Vassallo, Giuseppe De Luca, e lo stesso Giuseppe Sanmartino autore del Cristo Velato.

 

Gli elementi essenziali del presepe napoletano

Il Presepe Napoletano è in primo luogo una rappresentazione misterica, una specie di cammino iniziatico (discesa e ascesa) dell’uomo dove riscontriamo due fattori: il tempo sospeso e l’ambientazione notturna.
Si tramanda che per costruire un buon presepe sono necessari ben 72 elementi (nella Smorfia è il numero della Meraviglia poichè l’intento è quello di stupire) che andranno ad arricchire la scenografia. Tre sono le scene narrative a cui fare riferimento: la Natività, l’Annuncio della buona novella ai pastori e la Taverna.

 

Il primo elemento fondamentale è la sua struttura detto “scoglio” ovvero l’insieme costituito da materiali tradizionali come il sughero, il legno, la cartapesta che costituiscono il masso presepiale su cui vengono sistemati i pastori. Il sughero che dà vita a grotte, anfratti, caverne e monti, simboleggia il viaggio interiore intrapreso dall’umanità e che si esprime in due figure essenziali dello stesso personaggio: Benino e l’uomo della Meraviglia.

 

Il secondo elemento essenziale è il cielo stellato che si collega all’evento della «stella cometa» della Natività che pre-annunciò la nascita del Re dei re. Nell’antichità le comete sono state spesso fonte di ansie, paure, superstizioni e disgrazie, associate alla caduta di un regno o alla morte di un principe. Sul presepe napoletano la stella cometa assume aspetti positivi e benauguranti: simboleggia l’incontro e la riconciliazione tra ordine e caos. Il cielo stellato indica il percorso misterico in ciò che era “celato” e infine rivelato.

 

Il terzo elemento umano è il personaggio di Benino: è una figura emblematica che nella tradizione napoletana è raffigurato come un pastore dormiente. Per alcuni sostenitori Benino è l’incarnazione dell’umanità indifferente al messaggio di salvezza proveniente dalla grotta ma secondo altri studi, questo personaggio ha notevoli corrispondenze con l’iconografia dell’’Anapesson’ ovvero il «Reclinato» una raffigurazione di Gesù bambino reclinato sul fianco destro come addormentato ma con gli occhi insonni: è colui che non chiude gli occhi difronte al male. Anticipazione simbolica della Passione.

 

Il Forno e il Mulino. Di solito accanto all’osteria viene sistemato il forno con un tripudio di vita popolare tra sacchi di farina, fascine di legno, ceste abbondanti di pane e pagnotte, ciambelle e tortani. Il pane nelle sacre scritture è il simbolo di Cristo, definito il pane della vita. Nella tradizione popolare il pane rappresenta la «pazienza» di cui devono armarsi gli uomini ogni giorno, nelle difficoltà.
Il Mulino collocato nei pressi del Castello di Erode, assume un significato duplice più profondo: è sia un riferimento al tempo che scorre (tenendo presente il segno delle ruote) che in relazione alla morte, connesso alla macinazione del grano che diventa farina, polvere; il colore bianco è il pallore dei defunti ma è anche il candore della Vergine.

 

L’Osteria o la Taverna. Il suo significato è drammatico e complesso. Secondo le sacre scritture si collega all’episodio tradizionale di Giuseppe e Maria in viaggio in cerca di un’alloggio per la notte ma rifiutati dai locandieri.
Sul presepe, l’osteria si trova accanto alla grotta: la tavola riccamente imbandita simboleggia il rituale materiale del mangiare e si contrappone così al «cibo spirituale» offerto dal bambino Gesù. La taverna è anche intesa come luogo di delizia in riferimento alle nozze di Cana e in senso di tradimento nell’episodio dell’Ultima Cena da parte di Giuda. Nei racconti della Campania, l’osteria è il luogo dove si esprimeva al meglio la vita popolare, luogo del piacere tra cibo in abbondanza e del buon vino, di donne e uomini che allietavano i viadanti con la musica. Ma è anche un posto pericoloso di uomini attaccabrighe e coltelli alla mano, di donne dai facili costumi e di giocatori di carte. In alcune leggende napoletane, si narra di osti malvagi e violenti pronti ad avvelenare o uccidere i clienti nel sonno, col fine di derubarli.
Infine l’osteria sul presepe ricorda le Macchine della Cuccagna, volute dai sovrani fino al XVIII secolo per la gioia e il piacere del popolo, povero e affamato.

 

Il Fiume e il Ponte. Il fiume è il simbolo per eccellenza dell’acqua associata alla vita, in perfetta unione alla sacralità dell’acqua che scorre. Simboleggia sia la morte che la resurrezione.
A Napoli si riconosce il mito del fiume Sebeto misteriosamente scomparso legato a diverse leggende di fertilità, abbondanza e rinascita. L’acqua del fiume evoca il liquido amniotico che avvolge il bambino nel grembo materno, l’acqua della vita di Gesù Cristo, le acque del Giordano dove Giovanni il Battista operava la sua opera di conversione; il fiume ricorda il Lago D’Averno, l’Aldilà sulle cui acque vengono traghettate le anime dei defunti agli Inferi. Sul presepe napoletano non deve mai mancare il meccanismo che azione l’acqua che scorre.
Il Ponte evoca nell’immaginario un passaggio pericoloso, presente in molti rituali di varie civiltà e nelle mitologie iniziatiche e funerarie. Nelle tradizioni religiose il ponte è un cammino di fede, il transito da un modo di essere ad un altro; in alcuni scritti viene menzionato il ponte per il Paradiso, dove i peccatori incapaci di attraversarlo vengono scaraventati all’Inferno. In Campania in alcune credenze popolari, i ponti irti sono associati all’ingegno del demonio che ruberebbe le anime dei viandanti. Il ponte in sintesi simboleggia il viaggio, il cammino, il pellegrinaggio, il collegamento tra i vivi e i morti.

 

Il Pozzo e la Fontana. Anche questo elemento è spesso presente come segno emblematico «infernale». Simboleggia il collegamento tra la superficie e le acque sotterranee in connessione con il mondo degli Inferi di rimando a molte leggende e credenze popolari. Si narra che proprio davanti ad un pozzo (o fontana) avvenivano incantesimi, magie e fatti misteriosi: spesso protagoniste furono le streghe che attingevano l’acqua di un pozzo impiegata per ultimare i loro filtri infernali.
Una credenza popolare narra che se si fosse attinta l’acqua da un pozzo durante la notte di Natale, vi si sarebbero visti riflessi i volti delle persone che sarebbero morti durante l’anno, e che gli spiriti maligni avrebbero posseduto chiunque avesse bevuto l’acqua di un pozzo.
La paura del pozzo deriva anche da alcuni casi di cronaca nera, collegati alla scomparsa di persone e al ritrovamento di resti umani all’interno della sua cavità. Sul presepe leggiamo anche fatti di cronaca e tragedie umane.

 

La Grotta. E’ l’elemento chiave di tutto il presepe, di solito posizionato in basso in primo piano. La grotta assume un significato notevole sin dall’antichità: viene intesa come «caverna cosmica» che racchiude in sé il cielo e la terra, associato al misticismo, al sacro e alla religione. Rappresenta la Madre e la cavità uterina della terra, simbolo materno per eccellenza, invoca protezione, un riparo sicuro. E’ il confine tra il buio e la luce, è la discesa agli Inferi per raggiungere una vita nuova.
La grotta è anche intesa come luogo magico che ci riconduce all’antro della Sibilla Cumana e del suo famoso culto oracolare, o di grotte marine abitate da misteriose creature, ninfe e sirene.
In chiave cristiana è il luogo di nascita di Gesù bambino che trovò riparo in una grotta, attestata in Oriente già dal II secolo, superando l’idea della stalla o della capanna di tradizione occidentale. E’ la stessa grotta – caverna dove fu seppellito il corpo di Gesù Cristo prima della Risurrezione, disceso nel Limbo per liberare le anime dei giusti.
La grotta racchiude una valenza simbolica importante e connessa a Napoli, rimanda ai culti pagani officiati nelle grotte, caverne, sottosuolo.

Nel prossimo articolo scopriremo il significato simbolico dei vari personaggi del presepe napoletano. Seguiteci.

 

FONTI

  • Il Presepe Napoletano – storia e folclore di una grande tradizione di Elena Sica – La Napoli Tascabile de Il Mattino – Newton&Compton Editori
  • Natale, Il Presepe. Storie, Leggende e Tradizioni – Il Mattino – Electa Napoli
  • Blog – I Simboli del Presepe Napoletano di Vito Gattullo

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