Leggenda e mito della Sibilla Cumana

Annunziata Buggio
Leggenda e mito della Sibilla Cumana
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Cuma è nota per essere la storica dimora della Sibilla Cumana, un’oscura creatura molto misteriosa, intenta a predire gli oracoli votata all’arte divinatoria. La leggenda e il mito si fondono magicamente dando voce alla sua parola profetica.

La Campania è terra fertile di miti, di misteri, di tradizioni e di leggende popolari che sono rivestite e fuse dall’incontro sensazionale (inevitabile) del sacro e del profano, dando origine a storie sempre nuove da riscoprire, dai tratti antichi ed affascinanti.
Il segreto di questo forte interesse è da individuare nei culti religiosi di origine pagani; culti politeisti che sorgevano lungo le coste del Mediterraneo che furono il principio base di tutte le società antiche, greche e romane, che sparsero templi votati agli Dei dell’Olimpo (quali Giove, Apollo, Venere, principalmente) favorendo la consultazione degli oracoli, affidate alla maestria divinatoria delle sacerdotesse che avevano il compito di interpretare il destino «il fato» degli uomini.

L’uomo ha sempre cercato risposte ai propri interrogativi, invocando un Dio, costruendo un luogo fisico per poter comunicare direttamente con Lui, preoccupandosi di ogni mezzo che potesse favorire l’incontro: sacerdotesse, pitonesse, oracoli, sibille, erano i medium prescelti per questo tipo di ritualità religiosa.
La Sibilla Cumana è stata fra tutte, la figura più influente della storia antica, la cui fama è divenuta esponenziale, grazie al successo letterario del poema latino dell’Eneide di Virgilio che decantava nei suoi illustri versi, l’arte profetica della Sibilla di Cuma, catturando in egual modo l’attenzione e la curiosità degli Imperatori romani e dei nobili patrizi, i quali raggiungevano l’Acropoli di Cuma pronti ad interrogare gli oracoli dell’oscura signora. Alla pari della popolarità della sacerdotessa Cumana, corrispondeva la fortuna quasi insperata del centro cittadino (fondato dalla popolazione ellenica dei Caldicesi) che divenne ben presto, il nucleo religioso di tutto l’Impero romano, meta di pellegrinaggi e di fasti antichi.

Chi era la Sibilla?

L’etimologia del termine Sibilla rimane ancora incerta; secondo il letterato latino Marco Terenzio Varrone deriva dal greco “siou’-boullan” che indicherebbe “la manifestazione della volontà divina” in quanto le Sibille (ovvero sacerdotesse) erano direttamente ispirate dalla divinità, consacrate al Dio Apollo. Nell’immaginario collettivo, le Sibille erano ritratte come delle giovani e belle fanciulle o in altri casi si alludevano a quelle donne prive di grazie, decrepite (secondo la leggenda mitologica) ma che in generale erano predisposte all’arte divinatoria.

Non e’ una figura leggendaria: la Sibilla Cumana è davvero esistita, così come riportato dagli antiche testi che circolavano in tutto il Mediterraneo e le si attribuivano tre denominazioni: Amaltea, Erofile, Demofile. In ogni luogo che abitava, la Sibilla aveva un nome geografico di appartenenza: Delfica, Eritrea, Italica, Libica ecc.

Si narra che era una giovane vergine che aveva il dono della preveggenza, l’arte oscura e misteriosa di vedere in anticipo un evento e di indicarne l’esito positivo o negativo, riportando al questuante gli enigmatici verdetti; le parole, dalle non semplici interpretazioni, rappresentavano il responso più complesso e temuto dalle popolazioni greco-romane, che attribuivano alla Sibilla un’aura sinistra, dal forte potere decisionale, legittimata come un’autorità a tutti gli effetti, la cui parola era legge: sacra e inviolabile.

Questa oscura signora, amava ritirarsi in grotte e antri scavate nella roccia, lontane dal clamore e dagli schiamazzi della città. La sua dimora sotterranea, rappresentava un ambiente ricco di suggestioni spirituali, le cui fiaccole predisposte in ogni angolo, illuminavano l’ingesso ai visitatori permettendo loro di raggiungere il cuore dell’antro e di stare al cospetto della superba Sibilla.
Giunti a lei, davanti al suo trono, questa ascoltava silenziosamente il suo questuante che poneva la domanda, fonte di dubbio. Secondo la tradizione, la Sibilla prima di profetizzare il suo responso, compiva un rituale di prassi: si incamminava lungo le tre grandi vasche presenti nella grotta e si immergeva nelle acque (fondamentale l’elemento dell’acqua).
Compiuta la cerimonia (forse di purificazione) si sedeva sull’alto trono e interrogava l’oracolo; emetteva il verdetto finale riportato sulle foglie di palma, mosse poi dal vento suscitato da Apollo. Secondo la tradizione gli oracoli, redatti in greco su foglie di palma, andavano a comporre i celebri Libri Sibillini che rappresentavano i volumi più elevati dell’antichità, (molto ricercati) consultabili in caso di estrema necessità, che preannunciavano eventi futuri. 

A questi potevano accedervi solo alcuni membri sacerdotali legati al culto di Apollo e custoditi gelosamente nel tempio di Giove Capitolino; questi importanti volumi, bruciarono nel tragico incendio del Campidoglio del 83 a.C. I libri successivamente furono ricomposti, insieme con tutti gli oracoli presenti nella Magna Grecia e collocati dallo stesso Imperatore Augusto, nel tempio di Apollo sul Colle Palatino; sorvegliati fino al IV andarono distrutti dal Generale romano Stilicone. Secondo un’altra leggenda, i Libri Sibillini vennero presentati a Tarquino Prisco dalla Sibilla in persona, chiedendo un compenso per i nove volumi. Questo rifiutò l’offerta in quanto li reputò costosi; lei a quel punto bruciò i primi tre libri e poi altri tre, finché il re, considerando la preziosità di quei volumi, comprò gli ultimi tre al prezzo di nove.

La leggenda della Sibilla Cumana

Secondo la leggenda mitologica, la Sibilla era una giovane fanciulla di superba bellezza di origine greca che possedeva grandi capacità divinatorie. Un giorno il Dio Apollo colpito dalla sua avvenenza, si innamorò a prima vista della bella fanciulla e per conquistarla le promise che avrebbe esaudito ogni suo desiderio.
Sibilla (autentico nome di persona) prese un pugno di sabbia dalla spiaggia e chiese ad Apollo di lasciarla vivere tanti anni quanti i granelli che aveva raccolto nella sua mano. Il Dio l’accontentò ma la fanciulla commise un grave errore: si dimenticò di aggiungere di voler vivere gli anni in eterna gioventù. La sua dimora fu Cuma, scelta come luogo meditativo per poter officiare l’arte divinatoria, dove fu amata perdutamente dal Dio Apollo.

Il tempo trascorreva e anche l’amore tra Apollo e Sibilla si consumava. Lei invecchiava sempre di più in anno in anno, afflitta dalle malattie e dagli acciacchi, fin quando il suo corpo ormai decadente si tramutò in una piccola larva; Apollo per preservarla dall’incuria del tempo, la collocò in una gabbietta all’interno dell’antro, finché di lei non rimase che la voce, l’unica testimonianza fisica della sua presenza che profetizzò ancora a lungo, gli eventi futuri.
La leggenda vuole che solo un pugno di terra natia avrebbe spezzato l’incantesimo (prigioniera del suo stesso male, l’eternità) che le avrebbe permesso di morire in pace.

Curiosità: E’ di questo mese l’allarme lanciato su FB dal giornale on line Identità Insorgenti che ha messo a fuoco lo stato di degrado e di abbandono del sito archeologico, promuovendo lo scorso 24 Aprile, l’evento Facebook #SaveSibilla e #SaveCuma, annunciando un sit-in di mobilitazione che ha suscitato l’opinione pubblica sul tema, al fine di mantenere vivo il sito archeologico; Cuma e l’Antro della Sibilla rappresentano il centro nevralgico e importante della Magna Grecia, patrimonio storico, archeologico e paesaggistico della Campania.



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