L’Ospedale della Pace. Bene UNESCO, ex Lazzaretto e la targa misteriosa

Annunziata Buggio

 

L’Ospedale della Pace è stato un antico complesso monumentale di Napoli, convertito da palazzo nobiliare al più importante centro ospedaliero della città per dare ricovero ai contagiati da epidemie. Una targa misteriosa svela una storia.

 

L’Ospedale della Pace o per meglio dire ex, è tutt’ora un grande complesso monumentale che sorge insieme all’omonima Chiesa di Santa Maria della Pace su Via Tribunali nel quartiere San Lorenzo, sul versante di strada che porta alla Guglia di San Gennaro, al Museo Pio Monte della Misericordia e a pochi metri da Castel Capuano. Ci troviamo nella parte più antica di Napoli, lungo il Decumano Maggiore e qui si intrecciano le storie e le gesta di personaggi illustri che raccontano il passato Greco-Romano, Normanno, Medioevale e Rinascimentale della città.

 

L’Ospedale della Pace in principio fu il glorioso palazzo magnatizio che la regina Giovanna II donò al suo Gran Siniscalco (e amante) Sergianni Caracciolo nel XV secolo, di cui si nota il bellissimo portale d’ingresso ad arco polilobato in pieno stile gotico che sembra scavato nelle mura ; dopo la tragica scomparsa di Sergianni, il palazzo fu abbandonato a sé stesso.

 

Fu acquistato nel 1587 dalla compagnia religiosa dei Benemeriti di San Giovanni di Dio, detti Fatebenefratelli che convertirono la nobile dimora in un convento con annessa la chiesa a doppio chiostro e il Lazzaretto; quest’ultimo lungo 60 metri, largo 10 metri e alto 12 metri, affrescato da Giancinto Diano e Andrea Viola con le scene della Vergine con i Santi dell’Ordine di San Giovanni di Dio, presenta un lungo ballatoio con balconate che percorrono interamente la sala. Nella parete inferiore del ballatoio si notano delle aperture che un tempo servivano per calare i cadaveri dei contagiati direttamente nelle catacombe sottostanti.
I religiosi si adoperarono fortemente per allestire una grande sala ad uso infermeria e garantire assistenza in prima linea agli ammalati di lebbra, di peste e di colera.

 

L’ospedale divenne un modello, il primo nucleo per malattie infettive della città strutturato per l’accoglienza, per l’assistenza e la cura di tutti gli ammalati contagiosi che allontanati dai centri cittadini, attendevano il periodo di quarantena.
Rappresentava un’oasi di pace per l’assistenza degli ultimi, dei più poveri.

 

 

Il Lazzaretto si suddivideva in due parti: il ballatoio che corre per metà altezza l’intera sala, visibile in una lunga balconata impiegata dai medici e dagli inservienti per calare cestini di cibo, bevande e medicine da destinare agli ammalati ed evitare quanto più possibile, il rischio di contagio diretto con il paziente infetto.
La sala inferiore del Lazzaretto era stata allestita durante l’emergenza con letti, giacigli e attrezzature sanitarie per soddisfare le numerose richieste di accoglienza mentre la cura e l’assistenza venivano affidate ai frati esperti di erbe medicali, ai medici e agli infermieri che per ordinanza sanitaria indossavano una maschera quasi carnevalesca.
Un maschera munita di un lungo naso a forma di becco (chiamati Medici della Peste) dove all’interno venivano sistemate erbe e sostanze naturali che servivano ad allontanare i cattivi odori; secondo la credenza popolare questi profumi agivano da filtro inibendo il passaggio del virus.

 

L’uso della maschera era già nota dal XIV secolo in poi, ma l’abbigliamento del Medico della Peste fu studiato nel 1619 da Charles de Lorme, medico ufficiale di Luigi XIII che si ispirò alle armature militari. Il costume era molto tipico: si indossava un lungo camice scuro fino alle caviglie tal volta idrorepellente, un paio di guanti protettivi, un paio di scarpe più resistenti, una maschera a becco con i lacci da abbottonare alla nuca, un cappello a falda
larga, e un bastone che serviva come prolungamento delle mani senza toccare l’ammalato, esaminandolo a distanza. Spesso succedeva che ad ammalarsi e a perdere la vita erano proprio i medici, quei salvatori, esposti ai maggiori rischi di contagio.

 

Visitando l’ex Ospedale della Pace ed entrando a punta di piedi nel Lazzaretto si percepisce a distanza di secoli, il dramma, il dolore e la separazione che un uomo o una donna provava quando entrava in questa sala, lasciando il proprio caro in balia dell’ondata epidemica senza sapere né il giorno e né l’ora in cui l’avrebbe rivisto e abbracciato ancora.
Un dolore che in tempi diversi, noi italiani abbiamo imparato a conoscere in questi duri giorni di Covid-19.

 

Il complesso dell’Ospedale della Pace dopo l’uso conventuale, fu affidato all’Amministrazione delle Opere Pie per essere destinato totalmente all’uso sanitario, attrezzato con reparti di medicina, di chirurgia e di maternità e rimase un punto di riferimento e di eccellenza sul territorio.
L’ospedale successivamente fu annesso alla Chiesa di Santa Maria della Pace eretta nel 1629-1659 su progetto di Pietro De Marino e restaurata nel 1732 da Domenico Antonio Vaccaro a seguito di eventi sismici e calamità naturali.
Probabilmente il suo nome deve sia alla vicinanza con l’ospedale che alla «pace» franco-spagnola siglata nel 1629 tra Filippo IV di Spagna e Luigi XIII e accolta bene nel Regno di Napoli.
Dal 1970 l’Ospedale della Pace cessò di esistere come polo sanitario e il suo complesso storico Bene UNESCO fu consegnato interamente al Comune di Napoli e adibito ad uso uffici mentre il Lazzaretto è impiegato per scopi culturali.

 

Nel 2014 il Comune di Napoli propose di destinare una parte dell’Ospedale della Pace alla funzione di “centro estetico” area benessere e bellezza; una scelta inappropriata che fece indignare alcune associazioni sul territorio tra cui quella di Antonio Pariante, del Comitato Civico Santa Maria di Portosalvo di Napoli, tesa a difendere il bene UNESCO.
L’altra soluzione (più consona) fu quella di destinare i locali ai medici dell’associazione no profit Emergency e restaurare il suo antico principio di supporto sanitario e assistenziale.

 

Curiosità: Non vi sarà sfuggita l’espressione in napoletano “Me pare ‘o ‘Spitale ‘a Pace“ (in memoria dell’Ospedale della Pace) pronunciata in forma sarcastica in situazioni in cui un soggetto (amico o parente) esterna sofferenze di varia natura … lamentandosi.

 

“Dio m’arrassa
da invidia canina,
da mali vicini et
da bugia d’homo dabbene”

 

Sono queste le parole incise nella targa misteriosa del XVI secolo, collocata all’Ospedale della Pace.

La sua traduzione è questa: «Iddio mi tenga lontano dall’invidia canina, dai cattivi vicini e dalla bugia di un uomo dabbene».
Per risalire al suo autore dobbiamo raccontare la sua storia; a far chiarezza su questo mistero ci viene incontro Benedetto Croce che sul fatto scrisse:

“E vogliono che fosse l’estrema voce, l’ammonimento che andava oltre la tomba, di un dovizioso cittadino dimorante colà presso, il quale, per invidia e sopra false testimonianze accusato di omicidio, fu tratto al patibolo, e, prima di morire, legò tutto il suo all’ ospedale della Pace con l’ obbligo di fare scolpire quella lapide e mantenerla in perpetuo”.

 

La targa fa riferimento ad un fatto di cronaca del 1500 accaduto ad un uomo, un cittadino onesto di Napoli che disponeva di grandi ricchezze e di ogni bene; si narra che per invidia fu accusato ingiustamente di omicidio e non riuscendo a difendersi dalle false testimonianze e dalle calunnie dei nemici fu erroneamente giustiziato.
Ma prima di morire il poveruomo, decise di lasciare tutti i suoi beni all’Ospedale della Pace ponendo una sola condizione: all’interno dell’ospedale doveva essere murata una targa a eterna memoria con incise queste parole:

“Dio m’arrassa da invidia canina,da mali vicini et da bugia d’homo dabbene”

 

Nel caso la targa fosse stata rimossa dopo la sua morte, l’eredità sarebbe passata all’Ospedale degli Incurabili e la stessa condizione fu posta a quest’ultimo. Dopo che l’uomo fu giustiziato, alcuni rappresentanti dei due ospedali controllavano la posizione della preziosa targa.
A distanza di secoli, troviamo ancora quella lapide, spostata solo per esigenze di restauri in un’altra ala del complesso monumentale ma sempre sotto l’occhio vigile degli impiegati comunali.
Si vocifera nel quartiere che il fantasma del malcapitato appaia di notte per controllare che nessuno rimuova la sua targa divertendosi a spaventare presunti ladruncoli.
Un’atto di ingiustizia riservata ad un uomo perbene che suona ancora attuale: il suo monito e la sua drammatica sorte affidata nel freddo marmo di una lapide.

 

Fonti web consultate

http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2373:l-ospedale-della-pace-cenni-storici&catid=38&Itemid=28

http://dettinapoletani.it/il-vicolo-della-pace-e-una-particolare-targa/



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