Palazzo Mannajuolo a Chiaia: oltre la scala c’è di più

Sveva Di Palma

 

Il bellissimo Palazzo Mannajuolo a Chiaia è stato il centro nevralgico di un film girato con in mente Napoli, le sue bellezze ed i suoi misteri. Parliamo di Napoli Velata  , il film di Ferzan Ozpetek uscito nell’ormai lontanissimo – o, almeno, così ci appare dalla prospettiva odierna – 2018. Il film con Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi immerge tutta la città in un’atmosfera sospesa. L’erotismo è percepibile nella storia d’amore tra i protagonisti, ma anche Napoli ci sembra amata, un corpo seducente.

 

L’eros, i sensi sono i veri attori di questo film tattile, che sembra voler fare l’amore con le architetture ed i personaggi napoletani. Palazzo Mannajuolo è uno dei principali soggetti di questo feticismo visivo: la  sua scala elicoidale ha creato vertigini in ogni spettatore. Il gioco di prospettive e geometrie scherza con lo sguardo della telecamera di Ozpetek così come con quello dei visitatori. Il fascino di quella chiocciola perfetta, eppur storta, ipnotizza e attira quasi fatalmente. Sembra di assistere ad un inganno dello sguardo simile a quello attuato da Alfred Hitckcock nel suo Vertigo (La donna che visse due volte).  Hitchcock si fissa sulla spirale, mentre Ozpetek sull’elicoide.

 

L’uscita del film decretò il successo esplosivo di Palazzo Mannajuolo, principalmente della sua scala hitchcockiana. Una scala di così tanto successo, forse, da eclissare le restanti possibilità di questa architettura meravigliosa, la sua storia e nascita.

 

Palazzo Mannajuolo rientra in una fenomenologia artistica molto più ampia, un movimento che a Napoli germogliò e fiorì: l’Art Nouveau, conosciuta a noi nella sua declinazione di Stile Liberty.

Il palazzo dalle “curve pericolose” fu progettato e costruito, infatti, nell’ultimo periodo di fulgore del Liberty, ovvero gli anni ’10 del ‘900. Il prolifico architetto Giulio Ulisse Arata lavorò alla realizzazione del progetto dei due ingegneri Gioacchino Luigi Mellucci e Giuseppe Mannajuolo.

 

Una miscela di stili 

L’arte è ricerca. La bellezza di Palazzo Mannajuolo è proprio in questo assioma: convivono in esso la fantasia, la ricerca e l’eleganza.

La spensieratezza Liberty, con le sue linee morbide ed i suoi fiori, si lancia senza timore nelle braccia di un modernismo più austero, quasi alla inglese.

Il Modernismo inglese, solidamente geometrico e volto all’urbanizzazione cittadina, entrava in un filosofico ed ideologico contrasto con il lezioso Liberty. L’esperimento dunque convive in questo palazzone che si affaccia ad angolo su Via dei Mille ed attira per la sua imponenza. Ma questa forza cela l’animo delicato, il ventre vulnerabile e romantico che rispetta in pieno i canoni dell’Art Nouveau.

 

Come molta arte tardo barocca o post – barocca, la dinamica di pieni e vuoti, di luci ed ombre, va ad abbellire i dettagli decorativi di Palazzo Mannajuolo. Nell’intento, anche, di rispettare una cultura locale che nel Barocco fonda la propria ricchezza, che riempie le chiese di oro e di avorio, di marmi sfarzosi, intarsiati.

Napoli è la città barocca per eccellenza, chiassosa, intricata. Napoli è i vuoti ed i pieni, è l’oro nel buio ed il buio nell’oro, luce e buio.

 

La tracotante bellezza di Palazzo Mannajuolo risiede, dunque, nella sua incredibile scala ma soprattutto nel frutto di un  attento calcolo, di uno studio dell’estetica. Non solo l’estetica urbanistica ed architettonica di Via Filangieri o di Via dei Mille, ma l’estetica di un’atmosfera, di una cultura, di un tempo, di un popolo.

 

Palazzo Mannajuolo è la cultura di Napoli che si erge in una solenne, determinata eleganza.

 

Foto di Copertina: panoramilandscape

 

 

 



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