La Basilica di San Giovanni Maggiore: una storia millenaria

Mariangela Martoccia

 

Da presunto luogo di sepoltura della sirena Parthenope a basilica cristiana, voluta dall’imperatore Costantino per “grazia ricevuta”, il passo è stato breve. Più lunga è la storia millenaria di San Giovanni Maggiore caratterizzata da eventi storici e una serie di restauri che ne hanno mutata la struttura originaria, ma non lo stupore del visitatore che la scopre varcando la sua soglia.

Un luogo da scoprire

Solo dopo aver varcato la porta di San Giovanni Maggiore ci si accorge della grandezza e dello splendore di questa basilica, che toglie letteralmente il fiato. La lunga e stretta navata centrale, sovrastata da un soffitto ligneo ottocentesco, guida lo sguardo verso l’abside valorizzato da un sapiente gioco di luci tra i finestroni della cupola e quelli dello stesso abside, per finire poi sulle colonne in marmo cipollino della preesistente basilica cristiana di età costantiniana, che ne incorniciano lo sfondo.

Ed è proprio l’articolata stratificazione, dall’età imperiale al più recente periodo otto-novecentesco, che ne racconta la storia degli ultimi due millenni.

La storia

Una consolidata tradizione, di sapore romantico, vuole che in quel luogo giaccia Parthenope, la sirena protagonista del mito di fondazione di Napoli. La sua origine probabilmente deriva dal fraintendimento di ciò che è inciso in un’epigrafe del IX-X secolo, posta al di sopra del vano della porta che conduce all’Oratorio della Confraternita. Scritto in caratteri romani intorno ad una croce, il testo suona come un’invocazione di protezione per la città, citata con l’antico nome di Parthenope, rivolta ad un santo. Forse il Battista o forse San Gennaro. Questo è tuttora poco chiaro.

 

Più probabile è che, nel II secolo d. C., venne eretto proprio  in quello stesso luogo per volere dell’imperatore Adriano un tempio dedicato al suo amato Antinoo. Costantino, nel IV secolo, lo convertì in una basilica cristiana dedicata a San Giovanni Battista e a Santa Lucia come voto fatto per essere scampato, insieme alla figlia Costanza, a un naufragio nel mare di Sicilia durante un viaggio di ritorno da Costantinopoli.

 

L’origine romana è confermata poi da due alte colonne in marmo sormontate da capitelli corinzi e da architravi monchi dove, nel VI secolo, venne segnato il monogramma del vescovo Vincenzo. Lo testimoniano anche i pilastri decorati  del II secolo d. C. incastonati nella tribuna centrale dell’abside, dove una volta vi era il deambulatorio della basilica costantiniana, un elemento architettonico abbastanza inconsueto nel contesto architettonico napoletano.

 

Le Cronache dei Vescovi Napoletani del IX sec. dicono che, nel VI secolo,  la struttura basilicale venne completamente rifatta ed ampliata per volere del già menzionato vescovo Vincenzo. Arricchita di preziosi ornamenti d’argento, fu ricostruita  utilizzando i resti della precedente architettura pagana, dando così origine ad un’armonica fusione fra l’impianto spaziale di tipo bizantino, tipico del tempo del vescovo Vincenzo, e l’impiego di elementi plastici di età classica.

 

Un secondo ampliamento della struttura basilicale, invece, risale al periodo angioino quando furono aggiunte navate laterali più grandi ed un nuovo transetto. A partire dal 1456, e durante i quattro secoli successivi, una serie di terremoti portarono a frequenti distruzioni, e conseguenti ricostruzioni, della basilica.

 

Il sisma del 1635 spinse il cardinale Marzio Ginetti a far ricostruire la basilica a sua spese secondo il progetto in stile barocco dell’architetto Dionisio Lazzari. Questo toccò il transetto e portò all’edificazione della cupola che lo sovrasta all’incrocio con la navata centrale. In questa occasione, ai lati della porta minore, furono anche murate le due tavole del Calendario della Chiesa Napoletana, inciso nell’anno 877 ed ora conservate nell’Arcidiocesi di Napoli. Mentre nel 1689 vennero portati a termine, ai lati del transetto, il Cappellone del Crocifisso e quello di Santa Lucia.

 

Il 1732 fu un altro anno funesto per la basilica: una terza scossa di terremoto portò nuovamente in rovina l’edificio. I lavori di restauro questa volta durarono di più, fino a un nuovo movimento tellurico nel 1805. Finché, il primo agosto del 1870, la chiesa subì un crollo che distrusse la navata centrale e parte di quella laterale a destra, incluso il vecchio Cappellone di Santa Lucia.

 

Il destino dell’antica basilica sembrava segnato: il Municipio era intenzionato ad abbatterla definitivamente per costruirvi una piazza che abbellisse il rione circostante. Solo l’intervento del Canonico Giuseppe Pelella e le offerte di numerosi fedeli, prelati e famiglie nobili del posto permisero di tutelare l’integrità e di concretizzare la ricostruzione, dopo due anni di incertezze, di una struttura che ha una fondamentale valenza storica, artistica e architettonica all’interno del tessuto urbano cittadino.

 

In tempi più recenti la storia di San Giovanni Maggiore è stata segnata da un penoso degrado e dal saccheggio vandalico dei suoi beni mobili che ha richiesto un programma sistematico trentennale di recupero e di indagini archeologiche, caratterizzato dalla discontinuità dei finanziamenti e dalla conclusione dei lavori della Soprintendenza nel 2012.

 

Oggi, oltre ad essere luogo di culto, è spesso adoperata per ospitare eventi culturali.

Per visitarla

La basilica di San Giovanni Maggiore si trova nel centro storico di Napoli in Largo San Giovanni Maggiore, dal quale si accede attraverso l’ingresso laterale. L’ingresso principale, invece, si trova di fronte l’ omonima rampa di scale in via Mezzocannone.

 

La basilica è aperta grazie alla gestione della Fondazione Ordine Ingegneri Napoli dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 17.00; il sabato dalle ore 9.00 alle ore 18.00; la domenica dalle ore 10.00 alle ore 13.00.



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