Giacomo Leopardi e la Ginestra: storia d’amore tra un poeta e Napoli

Sveva Di Palma

La meravigliosa poesia di Giacomo Leopardi, scritta negli ultimi anni di vita, La Ginestra, non è solo l’argomento dell’interrogazione d’italiano al quinto liceo.

Giacomo Leopardi e la Ginestra racconta una storia d’amore.

È una vera e propria ode al poeta, glottologo, linguista, filosofo di Recanati ad una città, la città del Golfo, della musica, della vita e del sole: Napoli. 

Città del mare ma anche del pericolo costante, della sopita e silente – eppur visibilissima – minaccia: l’eruzione, la distruzione improvvisa, la fine di tutta quella variegata umanità di vicoli, scale, arterie, spiazzi, chiese. Il Vesuvio sovrasta il golfo, guarda rammaricato ed ammirato, probabilmente di notte, non visto da nessuno, i piccoli agglomerati umani alle sue pendici: San Sebastiano, Pompei, Ercolano.

 

I piccoli insediamenti si abbarbicano alle sue acclività di Vulcano, attaccate come parcelle ad uno scoglio, sfidando la natura.

Sì, quella natura così presente nell’immaginario e nella letteratura del Leopardi, quella personificazione a cui bisogna riferirsi con la lettera maiuscola: Natura. Natura madre e matrigna che, incurante dei propri figli, li lascia girovagare, aspettandosi che da soli trovino il loro posto, che combattano per primeggiare, per sopravvivere, per non svanire.

La Natura matrigna che porta cataclismi, distruzione, morte.

Il pessimismo storico-cosmico del poeta marchigiano prolifera, si insinua, nei suoi scritti e nei suoi versi. Lo ha accompagnato nella sua fama prendendolo per mano e conducendo attraverso i secoli, a volte arrivando da sola, avendo forse corso lasciandolo indietro.

Eppure, a Napoli, Leopardi venne quando sentì le sue forze svanire.

 

La curiosità verso il mondo ancora forte ma indebolita da un corpo alla nascita endemicamente inadatto al vivere comune, al girovagare.

Leopardi viene a Napoli per rinsavire, riprendere le energie, ma infine vi morirà. In questo contesto, il famoso detto “vedi Napoli e poi muori” assume un significato profetico, simbolico.

La mancata guarigione fisica, però, non va confusa con la sua guarigione emotiva e psichica.

Può forse Napoli lasciare chi la guarda indifferente, inamovibile, malato nel cuore e nella mente ? Così non sembra pensarla Giacomo che, nei versi de La Ginestra osserva la resilienza , la voglia di vivere del fiore che sul Vesuvio prolifera e cresce, incaponito sulla sua convinzione a fiorire e vivere in quel luogo pericoloso.

 

L’ eruzione a cui Leopardi assiste in compagnia dell’amico di sempre, Antonio Ranieri, è la rivelazione suprema. L’evidente bellezza di quella natura maligna che aveva dato alla sua schiena gobba l’impossibilità alla normalità, alla partecipazione, all’amore.

L’indifferenza non sembra più essere uno smacco, un dispetto, una cattiveria gratuita al bambino/figlio/essere umano.

È una manifestazione di grandezza superiore, di forza divina ed incomprensibile, bellissima.

Così come la la Ginestra si ostina a crescere sulle pendici dello “sterminator Vesevo“, così anche l’uomo trova il senso della vita nella solidarietà. L’unione fa la forza, per l’uomo e per il fiore.

 

Napoli, fucina di vita e di morte, dà pace all’anima stanco che ha cercato la verità, trovandola nel bene universale.

 

Ecco i versi d’amore di Leopardi a Napoli:

 

E tu, lenta Ginestra
che di selve odorate
queste campagne di spogliare adorni, 
anche tu presto alla crudele possanza
soccomberai del sotterraneo foco, 
che ritornando al loco
già noto, stenderà l’avrò lembo
su tue molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato i sino allora indarno
codarda ente supplicando innanzi
al futuro oppresso; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver’le stelle, 
né sul deserto, dove
e la sede è i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma più saggia, ma tanto
inferma dell’uomo, quanto le frali
tue stirpi non credesti
dal fato o da te fatte immortali”. 



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