Amleto in scena al San Ferdinando: rapper napoletani riscrivono la storia del principe di Danimarca

Valentina Cosentino
Amleto in scena al San Ferdinando: rapper napoletani riscrivono la storia del principe di Danimarca
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Un lavoro magistrale nella scrittura e nella regia, originale, fresco ed universale: la storia del principe di Danimarca parla napoletano.

E’ in scena in questi giorni al teatro San Ferdinando di Napoli Mal’essere, il nuovo spettacolo di Davide Iodice.

Lo spettacolo è una riscrittura in napoletano dell’Amleto di William Shakespeare. Ed è proprio questa scrittura, questa traduzione, la vera forza dello spettacolo. Il regista, non nuovo a questo genere di operazioni, ha messo insieme un gruppo di rapper napoletani ai quali ha chiesto di riscrivere un atto del testo del celebre autore.

Gianni ‘O Iank De Lisa (Fuossera), Pasquale Sir Fernandez (Fuossera), Alessandro Joel Caricchia, Paolo Sha One Romano, Ciro Op Rot Perrotta, Damiano Capatosta Rossi hanno risposto all’appello in maniera magistrale redigendo un testo che non solo non perde la forza dell’originale, ma ne restituisce la musicalità. Il testo inglese seicentesco del Bardo di Stratford ha, infatti, un ritmo poetico che spesso si perde nelle traduzioni. Il risultato è un’opera per lo più in versi in una lingua, il napoletano appunto, che conferisce allo spettacolo un ritmo unico. Una musicalità che sembra quasi riecheggiare i versi della tragedia greca. A questa suggestione contribuisce la musica costante, onnipresente durante tutto lo spettacolo, eseguita dal vivo dal bravo Massimo Gargiulo, che ne è anche l’autore.

Non è un musical, beninteso, è una tragedia recitata in versi con il ritmo dei bit di un rapper anzi di 5 che tuttavia danno vita ad uno spettacolo in cui i cinque stili si fondono nel solo grido di dolore, rabbia, paura, vendetta del principe Amleto. Uno spettacolo che non perde un colpo, merito di una regia originale e coraggiosa che non dimentica la Danimarca. Davide Iodice attualizza il testo, ma non pretende di trasferire la scena a Napoli e nemmeno ai giorni nostri. Il testo di Skakespeare cambia la sua lingua, ma le sue ambientazioni sono riconoscibilissime,  Amleto è e resta il Principe di Danimarca non si trasforma nel capo della band di turno, la scena non si cala nella periferia napoletana, perchè semplicemente non c’è n’è bisogno. Ed è proprio questo “rimanere in Danimarca” che paradossalmente rende il testo ancora più attuale perché lo rende universale. Amleto è e resta una figura di ogni tempo, Amleto è dentro chiunque si senta tradito, offeso, deluso dai propri affetti. Amleto va al di  là del tempo e dello spazio e non importa se sia il principe di Danimarca, la sua forza resta immutata come il suo messaggio ed il suo dramma davanti al quale ogni uomo può decidere come porsi. Amleto sceglie la spada. Proprio questa universalità emerge chiaramente dal lavoro di Iodice. La lingua napoletana in versi dei rapper, la regia, i costumi (di Daniela Salernitano), e le scene (di Tiziano Fario) contribuiscono poi in maniera determinante a far uscire idealmente Amleto dalla Danimarca.

Il messaggio universale di Amleto è poi affidato agli attori ed agli artisti hip hop presenti in scena, o come voci di un coro, ancora di greca memoria, fuori campo. E anche se il testo non si afferra pienamente e lì dove la recitazione è lievemente imperfetta, si gode anche solo del fluire delle parole, del loro ritmo, del loro suono, che ricorda a tratti i lavori di Mimmo Borrelli.

Emozionante e dirompente è la scena iniziale che è per lo spettatore una vera e propria dichiarazione d’intenti. Gli attori e i rapper irrompendo sul palco e tra il pubblico rendono davvero presente lo spettro del re di Danimarca appena morto, ucciso dal fratello, e trasportano immediatamente lo spettatore nel regno di Amleto. E’ uno spettacolo fortemente evocativo, in cui la recitazione degli attori contribuisce in maniera determinante. Tutti assolutamente credibili e mai sopra le righe, seppure con differente maestria, nella loro recitazione in versi e non, e nell’alternanza dei registri. Sopra tutti spicca la bravura di Luigi Credendino, nei panni di Amleto, mirabile in uno dei più celebri monologhi della storia del teatro per il quale gli autori ed il registra hanno trovato una soluzione a dir poco convincente e per nulla banale e ne hanno fornito una lettura del tutto in linea con il personaggio di Amleto: una riflessione lucida sull’inutilità della vita di un uomo che ha deciso la sua vendetta. Di questa parte del testo è, inoltre, molto interessante la riscrittura in napoletano perché più che dalla traduzione italiana gli autori sono partiti dall’originale inglese, infatti il bravo Luigi inizia con un “to be or not  to be” ed, alternando napoletano ed inglese, continua con “that is the question” che in napoletano diventa”chesta è a questione” in un gioco di rimandi che dura per tutto il monologo tra il testo napoletano e le assonanze con l’originale skakespeariano.

Tornando agli attori molto bravi anche gli altri tra cui Marco Palumbo dei panni del re, commovente nel suo monologo sulla tomba del fratello morto per sua mano, nella sua recitazione ritmata i movimenti accompagnano perfettamente la parola e si fondono in un’interpretazione forte e incisiva, dove forse l’unica nota a volte fuori tono, sono le parti esageratamente urlate, ma forse chiara conseguenza di una precisa scelta registica.

Bella anche la giovane Ofelia, Veronica D’Elia, dove l’ossessività del testo viene resa da una recitazione a tratti senza accenti sopratutto nel lungo serratissimo monologo dove i respiri resi visibili ad arte accentuano la poesia del testo.

In un ruolo minore si deve segnalare Salvatore Caruso perfetto nei panni del becchino in una delle scene finali del dramma, qui la recitazione incarna pienamente lo spirito dell’opera, i suoi gesti e le sue parole evocano atmosfere che recuperano tutta la comicità della penna di Shakespeare, spesso trascurata dalle trasposizioni sulla scena.

Piccolissime note stonate, appena delle ombre in un lavoro diversamente perfetto, sono l’interpretazione di Angela Garofalo, forse penalizzata dalla scelta registica di disegnare un personaggio che parla attraverso gesti e toni esasperati. Brava, ma meno credibile sul palcoscenico rispetto ai compagni sopratutto nella scena con il figlio Amleto subito dopo l’omicidio di Polonio. In questo caso la recitazione imperfetta rende il testo a tratti una banale cantilena. Sotto tono anche Peppe Oh Sica, nei panni di Orazio, giustificato solo in parte dal fatto di non essere un attore, ma, come lui stesso si è definito nella presentazione alla stampa, un rapper prestato al teatro.

Due piccoli appunti, infine, al regista. Il primo è sulla scelta, dopo aver fedelmente rispettato il testo originale, mantenendo anche le scene di tono minore e quelle comiche, spesso sacrificate, taglia poi sulla scena finale del dramma rendendo per chi non conosce il testo (certo è difficile che vi sia ancora qualcuno che non lo conosce) non immediato capire come la vicenda si risolva poi in una vera e propria ecatombe. Il secondo appunto riguarda Ofelia e le dichiarazioni rese alla stampa a proposito della lettura della sua figura. La protagonista dichiarava in conferenza stampa che la sua Ofelia è una voce fuori dal coro che nel suicidio afferma il suo eroismo, la sua volontà di allontanarsi dalla logica della vendetta. In realtà questa dichiarazione d’intenti poco coincide con il personaggio di Ofelia, ma sopratutto non viene fuori dalla messa in scena di Iodice che invece alla fine dello spettacolo trasmette più correttamente come Ofelia sia in realtà non tanto un’eroina, ma piuttosto l’unica vittima, l’unica innocente, l’unica che in effetti non sceglie, ma subisce.

Ed è proprio questo messaggio, che una logica di vendetta non può che mietere vittime innocenti, che resta alla fine dello spettacolo, una memoria per chi assiste perchè eventi simili non debbano più accadere, che altre storie come quella di Ofelia non debbano esistere mai più, tutto questo evocato nel canto finale dei rapper che chiudono e salutano il pubblico con il grido “Ofelia vive”.

La recensione si avvale del prezioso confronto con Nico Cilberti, regista ed attore, entrambi concordi, dopo una costruttiva discussione, che alla fine, al di là di tutte le considerazioni, resta la bellezza e la forza di uno spettacolo semplicemente suggestivo ed emozionante che il regista, gli autori (sorprendentemente eccezionali) e gli attori rendono davvero un’esperienza da non perdere.

Calendario delle rappresentazioni

1, 3, 7 e 10 feb. ore 21.00; 2, 8 e 9 feb. ore 17.00; 4 e 11 feb. ore 19.00; 5 e 12 feb. ore 18.00
Info: www. teatrostabilenapoli.it; biglietteria Teatro San Ferdinando: tel 081 292030 – 081 291878

Foto di scena di Pino Miraglia



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