Napoli sotterranea, storia di un mistero tutto partenopeo

Grande Napoli

Un intricato complesso di cavità  e di cunicoli sotterranei scavati nel tufo. Questa la particolarità  di Napoli sotterranea, dove l’architettura greca e gli ambienti classici sembrano fondersi in un unico e inimitabile stile architettonico. Il nome “Napoli sotterranea“ deriva propriamente dall’associazione fondata dallo speleologo Vincenzo Albertini, che da sempre si è occupata delle parte visibili di acquedotto di piazza San Gaetano.

Dai primi studi effettuati sulle rocce di tufo, si è visto che alcune parti degli scavi risalgono a circa 5000 anni fa, cioè all’epoca preistorica. Successivamente i Greci, all’incirca intorno al III secolo a.C. ricavarono dai numerosi blocchi portanti in superficie diverso materiale per i loro templi, mentre le cave sotterranee servirono per creare una serie di ipogei funerari. Successivamente, fu proprio Albertini a riportare alla luce un’ altra cava, denominata “Grotta degli sportiglioni”, cioè dei pipistrelli, che fu utilizzata come ossario in occasione dell’infaustissima peste del 1656.

A quei tempi i cunicoli dell’acquedotto, diramandosi in tutte le direzioni, servivano principalmente ad alimentare fontane ed abitazioni situate in diverse aree della città  superiore. A tratti, sulle pareti, si notano ancora tracce dell’intonaco idraulico, utilizzato dagli ingegneri per impermeabilizzare le gallerie. Si smise di scavare nel sottosuolo solo agli inizi del XX secolo, donando così alla città  una fitta rete di cunicoli e cisterne di oltre 2.000.000 metri quadrati diffusa per tutta la città . Durante la seconda guerra mondiale, le cavità  furono usate come servizi igienici dai rifugiati, ma anche come rifugi antiaerei per proteggersi dai numerosi bombardamenti.

MARIA ANNA FILOSA



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