I 5 misteri della Cappella Sansevero

I 5 misteri della Cappella Sansevero
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Le 5 meraviglie della Cappella Sansevero, tra mistero ed esoterismo, monumento all’immortalità del Principe “maledetto”.

Nonostante siano passati quasi 250 anni dalla sua morte avvenuta nel 1771, c’è chi giura che a Napoli, quando se ne pronuncia il nome, ancora oggi qualcuno si fa il segno della croce di nascosto per scacciar via il timore che questo misterioso personaggio continua ad incutere.

Stiamo parlando di Raimondo di Sangro, principe di Sansevero e primo Gran Maestro della Massoneria napoletana. Un intraprendente mecenate che ha regalato al mondo la Cappella Sansevero che custodisce il Cristo velato e altri straordinari capolavori.

Scopriamo insieme le cinque meraviglie assolutamente da non perdere!

Il principe di Sansevero Raimondo di Sangro, l’alchimista “maledetto”

Siamo a Napoli a metà ‘700 e, agli occhi del “popolino”, il Principe appare come una sorta di stregone senza Dio.

Un demoniaco alchimista senza pietà, che faceva rapire poveri sventurati per farne cavie di diabolici esperimenti realizzati in segreti laboratori fatti appositamente costruire nei sotterranei del suo palazzo, in largo San Domenico Maggiore.

Raimondo di Sangro

Fin qui la leggenda e le dicerie popolari. La storia, invece, ce lo restituisce come un uomo “illuminato”, come un intellettuale ossessionato che dedicò i suoi sforzi ai più disparati campi delle scienze e delle arti, ottenendo esiti che già i suoi contemporanei definirono “prodigiosi”.

La sua vera ossessione, però, era meravigliare i posteri, cioè noi, ed entrare per sempre nella storia.

Fu così che un giorno il Principe comprese che la definitiva sistemazione della chiesa di Santa Maria della Pietà avrebbe potuto rendere immortale il suo nome. Divenuta nota come Cappella Sansevero, ne fece così uno dei più stupefacenti capolavori di arte ermetica ed esoterica al mondo.

La Cappella Sansevero: un intreccio di arte ed esoterismo

Situata nel centro storico di Napoli, la Cappella Sansevero è un gioiello del patrimonio artistico mondiale, una vera e propria “dimora filosofale” nel cuore di una città esoterica qual è il capoluogo partenopeo.

Una sorta di tempio iniziatico in cui il suo ideatore, il principe Raimondo di Sangro, riuscì a trasfondere la sua geniale e poliedrica personalità.

Un luogo in cui splendore e mistero, simbologia massonica ed esoterica, creatività artistica e orgoglio dinastico, si mescolano creando un’atmosfera unica, fuori dal tempo e dallo spazio.

Il Cristo velato

Collocato al centro della navata della Cappella Sansevero, il Cristo velato è una delle sculture più belle e suggestive al mondo. Inizialmente l’opera doveva essere realizzata da Antonio Corradini che però morì nel 1752 dopo aver eseguito solo una bozza in terracotta del Cristo, oggi conservata al Museo di San Martino.

Cristo velato

Fu così che Raimondo di Sangro chiese a Giuseppe Sanmartino, un giovane artista napoletano, di realizzare “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua”.

Proprio la trasparenza e la “tessitura” del velo, che sembra dolcemente adagiato sul corpo senza vita di Gesù, quasi a volerne raccogliere misericordiosamente le membra martoriate, ha sin da subito contribuito ad alimentare numerose leggende sul committente dell’opera.

La leggenda sul velo del Cristo velato

La fama di alchimista di Raimondo di Sangro fece fiorire, tra le altre, anche una leggenda sul sudario del Cristo di Sanmartino. Molti, infatti, ritennero che la sua trasparenza fosse il risultato di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dal Principe in persona.

Il sudario del Cristo velato

Una credenza sorta oltre 250 anni fa e che ancora oggi stimola la fantasia di visitatori e turisti che increduli osservano la statua e il velo che la ricopre.

In realtà è tutto frutto dell’estro artistico di Giuseppe Sanmartino, così come testimoniato da alcune lettere dello stesso di Sangro, in cui descrive il velo come “realizzato dallo stesso blocco della statua”.

Le Macchine anatomiche, un terrificante esperimento?

Nella cavea sotterranea sono visibili le famose Macchine anatomiche, le presenze più enigmatiche della Cappella Sansevero. Si tratta dei veri scheletri di un uomo e di una donna avvolti dall’apparato circolatorio in eccezionale stato di conservazione.

Realizzate attorno al 1763-64 da un medico siciliano, Giuseppe Salerno, sotto la direzione di Raimondo di Sangro, dopo oltre 250 anni, ancora non si è scoperto che procedimento fu utilizzato.

Le Macchine anatomiche

Da un lato, si è ipotizzato che il medico abbia iniettato nei due cadaveri una sostanza creata dal Principe, probabilmente a base di mercurio, che avrebbe “metallizzato” i vasi sanguigni. L’altra ipotesi, invece, è che si tratti di una ricostruzione eseguita con vari materiali, tra cui cera d’api e coloranti.

Una tesi, quest’ultima, che comunque non intaccherebbe l’eccezionalità delle due Macchine. La riproduzione del sistema artero-venoso, infatti, è stupefacente fin nei vasi sanguigni più sottili, sebbene le conoscenze di anatomia dell’epoca non fossero tanto precise.

Questi inquietanti oggetti, inoltre, hanno per secoli alimentato la cosiddetta “leggenda nera” relativa al Principe: secondo la credenza popolare, riportata anche da Benedetto Croce, Raimondo di Sangro “fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene”.

La statua del Disinganno

Assieme al Cristo velato e alla Pudicizia forma la terna d’eccellenza artistica della Cappella Sansevero. Realizzata da Francesco Queirolo il Principe dedicò questa opera al padre Antonio, che rimasto vedovo, abbandonò il piccolo Raimondo affidandolo a suo nonno.

Dopo un’esistenza avventurosa e disordinata, dedicata ai piaceri e ai viaggi, ormai stanco e pentito degli errori commessi, il genitore tornò a Napoli e consacrò la sua vecchiaia alla vita sacerdotale.

Il Disinganno

Il gruppo scultoreo rappresenta un uomo che si libera da una rete, metafora del peccato, aiutato da un angioletto alato che indica il globo terrestre ai suoi piedi, simbolo delle passioni mondane.  Su quest’ultimo è appoggiata la Bibbia, testo divino ma anche una delle tre “grandi luci” della Massoneria. Gesù che restituisce la vista al cieco, episodio evangelico raffigurato sul bassorilievo sul basamento, completa l’allegoria.

La statua della Pudicizia

Il Principe dedicò questo monumento alla memoria della sua “incomparabile madre, Cecilia Gaetani, morta meno di un anno dopo averlo messo al mondo.

La Pudicizia

L’albero della vita, la lapide spezzata e lo sguardo perso nel tempo, sono tutti elementi che simboleggiano l’esistenza di una donna troncata prematuramente e il dolore di un figlio che praticamente non conobbe mai sua madre.

La donna coperta dal velo, inoltre, è un chiaro riferimento alla velata Iside, Dea massonica.

Uno strano labirinto

Nel pavimento è raffigurato un sorprendente labirinto, di cui oggi rimane ben poco a causa di un crollo nel 1889 che lo distrusse quasi totalmente, creato da un unica linea bianca continua, priva di giunture.

Il labirinto

Tema assai caro ai Cavalieri Templari il labirinto simboleggia il nostro cammino, i bivi a cui siamo soggetti ogni giorno, un percorso all’interno del quale occorre saper scegliere attentamente e saggiamente tra strade alternative, per non restarne prigionieri e raggiungere così la via di uscita verso la Verità.

Un principe “immortale”

Il principe di Sansevero morì la sera del 22 marzo 1771. Molto probabilmente inalò o ingerì qualche sostanza tossica durante uno dei suoi esperimenti in laboratorio.

Personaggio tra i più misteriosi e discutibili del ‘700 europeo, mente tra le più brillanti e poliedriche della sua epoca, uomo forse troppo moderno per il suo tempo, Raimondo di Sangro riuscì nel proprio intento di creare e alimentare un mito intorno alla propria persona che attraversasse i secoli e che lo rendesse immortale.

Tomba di Raimondo di Sangro

L’iscrizione, non incisa, ma realizzata tramite un procedimento a base di solventi chimici ideato dallo stesso Principe e apposta sulla sua lapide presente nella Cappella Sansevero, lo ricorda così: “Uomo straordinario predisposto a tutte le cose che osava intraprendere […] celebre indagatore dei più reconditi misteri della Natura”.

 



Comments to I 5 misteri della Cappella Sansevero

  • Bellissimo SITO! Molto istruttivo e leggero da leggere e conoscere la vera storia di Napoli.
    Mi farebbe molto piacere ricecere notizie da GRANDENAPOLI.

    Mario Fiorentino 16 giugno 2016 21:22 Rispondi
  • Straordinaria la narrazione; pur già conoscendone la storia e le opere, si è attratti perché convinti di poter leggere qualcosa che ancora non conosci; riporterò i miei nipotini a visitare il sito ed utilizzerò tale narrazione, semplice e ben comprensibile, per migliorarmi nell’esposizione e, quindi, ottenere eguale apprendimento da parte loro. Grazie di tanto di quanto riuscirete, ancora, a produrre per la sana cultura da trasferire alle giovani leve, pianta sana della nostra società. Ad maiora !!!!

    Oscar 10 novembre 2016 8:40 Rispondi

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