Il Faro di Punta Imperatore: il fascino dell’isola d’Ischia e la cucina “glocal” di Antonio Monti
Il Faro di Punta Imperatore a Ischia tra storia, panorami mozzafiato e il ristorante Lucì dello chef Antonio Monti, tra tradizione e fine dining.
“Pensi di essere così alta e potente solo perché sei un guardiano del faro?” era una delle domande che venivano rivolte, con fare sprezzante ed altisonante, al protagonista del film “The Lighthouse” di Robert Eggers, dramma a tinte fosche ambientato all’interno di un faro, tratto da un racconto di Edgar Allan Poe. Suggestioni archetipiche gotico-dark che, per la verità, prescindendo dalla medesimezza di contesto, ben poco si attagliano a quelle suscitate dallo stupendo Faro di Punta Imperatore, ubicato nell’estremità occidentale dell’isola d’Ischia, zona Forio: sospeso su di un promontorio, a strapiombo su di una falesia millenaria, laddove le onde s’infrangono sugli scogli con diuturna forza, come monito dell’ostinata pervicacia della natura incontaminata.
Un’altitudine di 164 metri, dunque, per uno dei fari più antichi del Mediterraneo, in attività sin dal 1884, con un segnale luminoso che si estende sino a circa venticinque miglie nautiche, al servizio della marina Borbonica, raggiungibile solamente dopo aver percorso 155 scalini digradanti.
Da qualche anno – tre per la precisione – la struttura è stata data in concessione alla Floatel, società tedesca specializzata in ristrutturazioni e riconversioni di beni del demanio – segnatamente fari – successivamente adibiti a resort di lusso, nel rispetto del retaggio architettonico e paesaggistico originario.
Quattro camere – grecale, libeccio, maestrale e scirocco – ricavate da tale importante opera di restauro, un roofbar panoramico, una terrazza per eventi, ed infine una piscina ed un ristorante fine-dining, la cui direzione è stata affidata al talentuoso chef autoctono Antonio Monti, con importanti referenze nel circuito Michelin.
Tornando alla mitopoiesi cinematografica, necessario aggiungere come, anche nella realtà, la storia del luogo si dipani attorno a quella di una donna, Lucia Capuano – da qui il nome mutuato del ristorante, per contrazione “Lucì” in dialetto – che, sposata con Francesco detto “a lantern”, primo guardiano del faro, viveva in quel luogo impervio e inaccessibile con l’intera famiglia.
Rimasta vedova con sette figli a carico, assunse, con coraggio e determinazione, il ruolo che fu del marito, divenendo per discendenza prima custode muliebre di un faro, in un’epoca di relegamento patriarcale delle donne a ruoli di mero costringimento, molto amata dalla popolazione locale.
Il ristorante e lo Chef
Rifinisce la proposta il ristorante fine-dining “Lucì” di cui dicevamo, che si avvale – oltre del giovane e accorsato chef Antonio Monti – anche degli impagabili apporti del maitre “giramondo” Francesco Siciliano, contestualmente addetto ai pairing vini e al reparto miscelazione dello stupendo roof-bar, e Francesca Mattera, solerte e inappuntabile in sala. Nato sull’isola d’Ischia, Monti è chef talentuoso da precoce iniziazione ai fornelli, nato e cresciuto nell’alveo familiare, al ristorante Montecorvo, storico presidio gastronomico isolano. Dirimenti – per la sua visione attuale – le esperienze fine-dining internazionali, tra cui il Piazza Duomo ad Alba, il Mirazur di Mauro Colagreco a Mentone.
Successivamente, il ritorno ai luoghi aviti, con l’ambiziosa avocazione della direzione della cucina del ristorante del Faro: nessun asservimento turistico né concessione all’accomodamento – in una location spesso teatro di eventi privati e matrimoni elitari – ma una progressiva ricerca verso archetipi di gusto per sottrazione, con chiare influenze mutuate dalla cucina del maestro Nico Romito.
Insomma, una filosofia culinaria basata su tre coordinate fondamentali, tradizione, innovazione e passione: piatti “antologici” nel restituire la biodiversità di un luogo unico al mondo, mediante l’utilizzo di materie prime locali, erbe aromatiche dell’orto del Faro e pescato a miglio zero.
Le portate e i vini
Due i menù disponibili, (a)tipico e lassatame sta’, entrambi da sei portate, molti dei quali signature dishes di Monti, “relegati nella memoria quando si arriva alla perfezione ideale voluta dallo chef”, mutuando le parole dello stesso.
Si apre con “zucchine e sgombro – zucchine in varie consistenze, sgombro marinato e la sua salsa” un umami di gran finezza, ideale viatico: irriverente il successivo “astice, prugna ossidata, battuto di prugne e salsa al dragoncello”, laddove nuance evolute si alternano alla dolcezza della polpa d’astice.
Ancora, forse l’acme gustativo della serata, la “vita della Faraona – faraona alla brace, pesto di ortiche, salsa ponzu al tuorlo d’uovo e fieno”, concepito come piatto “totalizzante”, in grado di coprire qualsiasi nuance di sapore del volatile, dalla cottura pressochè perfetta.
Il “fungo e menta – cardoncello ossidato, salsa ai funghi e concentrato di menta” ben rappresenta lo stilema dello chef, teso verso l’essenzialità: ecco sovvenire il primo, “risotto freddo, pasta di limoni, salsa di pipernia”, paradigmi isolani fusi creativamente.
C’è spazio ancora per “o puparuol – lamine di peperone, olive di nocellara, riduzione di peperoni”, che ben potrebbe rappresentare la futura avanguardia vegetale: splendido l’impiattamento, con le mani del papà dello chef disegnate sulle ceramiche, a rappresentarne un retaggio ideale di consegne.
Deliziosi anche i due dessert, “alveare – cremoso al cioccolato bianco, frangipane alla pappa reale, idromiele, gelato al polline” e “cioccolato e acetosa – ganache al cioccolato fondente, gelato all’acetosa, prugne fermentate”, con una predilezione dello scrivente per il primo.
A proposito del versante enologico, l’ineffabile maitre Siciliano ci propone una sagace sequenza, con un pizzico di campanilismo tutto isolano: le bolle d’aperture sono rappresentate dal Villa Campagnano extra dry, della Cantina Antonio Mazzella.
Il Crateca – Epomeo Bianco I.G.T. 2025 – blend di Biancolella e Fiano, da territori vulcanici, è la new wave dei vini isolani, mentre il rosato Punta del Felice dell’azienda Perrazzo è una nuova scoperta, duttile e dal sorso profondo.
L’Insula Felix I.G.T. Epomeo Bianco 2021 di Tenuta del Cannavale è un macerato di gran stoffa, in anfore interrate alla maniera Georgiana, quella originaria: la chiusura è riservata all’Epomeo Rosso Pithecusa Rosso I.G.T. 2023 – blend di Aglianico e Piedirosso – dell’azienda Tommasone, di grande struttura e potenzialità di invecchiamento.

