La corte degli Dei: cucina fine-dining e dimore storiche in Agerola
Una cucina d'autore targata Michein nella corte di un palazzo nobiliare del Settecento ad Agerola.
Gustare una cucina d’autore targata Michelin, sotto gli archi secolari della corte di un palazzo nobiliare del Settecento? Da qualche tempo si può dalla Corte degli Dei, ad Agerola, ridente cittadina allocata in una conca sui Monti Lattari, già facente parte – ad un tiro di schioppo – del comprensorio della Costa D’Amalfi.
Il palazzo patrizio si chiama Acampora, mutua il suo nome dall’omonima famiglia nobiliare originaria di Corfù che via ha dimorato per circa due secoli, lasciando all’interno della struttura numerosi suppellettili e lasciti del proprio retaggio genealogico, che fanno il paio con i marmi dipinti, opera del Pallegiani. Molti sono stati gli ospiti illustri che hanno ammirato i raffinati arazzi e blasoni araldici che decorano le pareti di questa dimora – certificata dal ministero come residenza storica – partendo dal presidente della Repubblica Enrico De Nicola, arrivando al compositore partenopeo Francesco Cilea.
Il ristorante
Ulteriore fiore all’occhiello, dicevamo, è La Corte degli Dei, ristorante fine-dining la cui cucina è affidata alla direzione di Vincenzo Guarino, chef di grande esperienza in ambito Michelin: sotto la sua egida-– dopo il periodo formativo con Gualtiero Marchesi a Capri – arrivano i primi riconoscimenti con le stelle assegnate nella sua gestione al ristorante “I Salotti” a Siena, al meraviglioso L’Accanto del grande Hotel Angiolieri di Vico Equense, passando per L’Aria – Mandarin Oriental del lago di Como.
Guarino è anche chef impegnato nella divulgazione della cultura culinaria del Mediterraneo, con la sua presenza in occasione della settimana della cucina italiana nel mondo, e le rassegne annuali “pizza a corte” e “stelle a corte” organizzate dallo stesso.
Il comparto cantina e pairing enologici – circa duecentocinquanta le referenze selezionate, all’insegna della valorizzazione del territorio e delle piccole maison – è affidato alla talentuosa Elvira Pignieri, con significativi trascorsi dagli stellati Aria, Il Cappero, Palazzo Petrucci e Veritas, la cui sinergia con lo chef Guarino, come vedremo, è talmente elevata da dare luogo a stratificazioni gustative, che superino la “didattica” degli abbinamenti convenzionali.
Insomma, un connubio di assoluta valenza, con il plusvalore dell’approvvigionamento dei prodotti dall’orto contiguo; il fascino assoluto di pranzare e cenare in una corte nobiliare configura l’esperienza come sinestetica, coinvolgente tutti i sensi e per questo unica.
Le portate e i vini
Giungendo alle portate assaggiate, iniziamo con la teoria di amuse-bouche “tartare di manzo, nocciola, tuorlo marinato e salsa di provola”: eleganza e rigore nel pairing con lo champagne Perrier Jouet Grand Brut, maison di cui il ristorante è brand ambassador – a cagione degli splendidi calici personalizzati con il logo della casa.
E’ la volta del bis di antipasti “capasanta scottata con porro arrosto, salsa alla mandorla, battuto di capperi, asparagi, limone confit e tartufo uncinato” e “quaglia, caesar salad, lattica arrosto, caviale, scampi, parmigiano e alici” entrambi indicativi della capacità dello chef di saper calibrare con padronanza l’acidità e l’umami, prodromi ala stimolazione palatale. Nessun cedimento sui rispettivi abbinamenti, il “Bucce d’uva Beneventano Bianco I.G.T. 2022” dell’azienda Tenuta Sant’Agostino – blend di Trebbiano e Malvasia di Candia affinato in anfora con skin contact – sorregge la complessità della capasanta, mentre sulla quaglia la sommelier opta per il Chianti Superiore 2024 Meme dell’azienda Petrognano, dal tannino levigato e elegante.
Il “risotto Carnaroli, asparagi, mascarpone, bottarga di muggine e ricciola” è uno dei signature dish dello chef, per equilibrio di consistenze e rigore nell’impiattamento: il versante enologico è dato dal Dry Tokaji 2021 Fulop dell’azienda ungherese Fuleky, con eleganti note citriche, estremamente versatile sul piatto.
Il “tortello di katsuobushi di genovese con salsa cacio e pepe, liquirizia, zafferano e pudding di pera pennata” palese le influenze asiatiche della cucina dello chef (con tanto di frutta dall’orto della tenuta), l’Ersa Paestum Rosso I.G.T. 2020 dell’azienda Francesca Fiasco – blend di Aglianico, Cabernet ed altre varietà locali a bacca rossa – ha potenza, stratificazione olfattiva e capacità di affinamento illimitate.
Chiude la sequenza salata la “cotoletta di rombo con salsa al mirin, prezzemolo, patata rossa, lampone ghiacciato e patata soffiata”, l’Ischia Biancolella 2025 Costa delle Parracine, frutto della collaborazione fra l’azienda Irpina Feudi di S. Gregorio e la Tenuta C’est la Vie, da suoli vulcanici, è affinato quattro mesi in acciaio, a preservare le caratteristiche del vitigno.
I dolci hanno ampio respiro, denotano tutta la sagacia e l’ambizione dello chef Guarino, che qui lavora in collaborazione il proprio figlio Angelo nella qualità di pastry chef, sospesi fra modernità e tradizione: la “finta mela con cremoso di mela annurca, Calvados e cioccolato bianco” precede la “cheesecake, meringa, lampone e suo sorbetto”.
Chiude la rassegna la piccola pasticceria – cannolo siciliano, macaron e graffa fritta – servita in modo creativo, e degno epilogo alcolico riservato al liquore di carruba locale e all’elixir extra amaricante “Medichina”, differenti tipologia di china macerate a freddo, con aggiunta di agrumi e altre botaniche, davvero delizioso

