Trudie Styler presenta il suo documentario su Napoli: “New York è finita. Il futuro è qui”
Trudie Styler innamorata di Napoli: il suo documentario sulla città presentato al Festival del Cinema di Roma.
Trudie Styler è la moglie di Sting, ma anche molto di più: la regista è una delle più grandi creatrici di documentari e reportage sulle zone più nascoste e sconosciute del mondo. La Styler ama offrire nuove visioni e versioni della terra, mettendo insieme immagini e pezzi di umanità, un puzzle magico attraverso il qualche è possibile conoscere la diversità.
Il suo documentario presentato al Festival del Cinema di Roma 2023 è dedicato a Napoli, ai napoletani, e a tutti ciò che di questa città resta celato. “Posso entrare? An ode to Naples” è il prodotto di due anni di ricerca magica tra i quartieri più delicati del capoluogo campano. Un viaggio che ha permesso a Trudi di entrare in perfetta sintonia con i residenti, ma anche di raccontare i lati oscuri di zone come il Rione Sanità e Scampia.
Posso entrare? An ode to Naples: Trudie Styler affascinata da Napoli
L’amore di Trudie per Napoli è antico, ma solo nel girare il suo documentario l’ artista – classe 1954 – è riuscita a conoscere profondamente questa terra. Le sue dichiarazioni durante la presentazione dell’ opera che l’ha resa per due anni abitante di Partenope sono innamorate, perdutamente, della napoletanità.
“New York è persa, finita. Il futuro è a Napoli e in particolare nel rione Sanità dove ho scoperto per la prima volta cosa sia una comunità: a NY siamo ormai automi che corrono senza fermarsi mai, abbiamo perso il senso dell’altro. Per questo il mio rapporto con la città non finirà con questo lavoro” afferma l’artista.
Descrivendo il processo creativo, ha aggiunto: “Oltre che regista, sono un’attivista per i diritti umani e ambasciatrice Unicef. Con Sting abbiamo sostenuto progetti in tanti paesi del mondo. Il mio sguardo sui vicoli è naturalmente frutto di questo percorso personale. Quando mi hanno offerto di girare a Napoli non avevo una sceneggiatura, una road map o uno script come per tutti i lavori realizzati fino a quel momento. I produttori mi hanno dato una tela bianca, occasione preziosa ma anche terrificante. La domanda del titolo del documentario è stata centrale: posso entrare? È stata questa la chiave che ho adottato e il film si è scritto quasi da solo: nessuno dei napoletani, infatti, ha risposto no. Mi hanno fatto entrare tutti nelle loro case, nelle loro vite, con una semplicità estrema. Questa cifra della narrazione attraverso le persone è stata potenziata dall’incontro con don Antonio Loffredo, il parroco della Sanità che aprendomi la porta della chiesa mi ha anche aperto la strada verso gli abitanti della Sanità che ora è il mio luogo del cuore». E conclude raccontando un aneddoto sulla città set: «Quando giravamo nel rione avevamo come base la pizzeria di Ciro Oliva. La stessa scelta dalla troupe del film Nostalgia di Mario Martone come quartier generale, ed era molto interessante ritrovarsi lì tutte le sere dopo una giornata di riprese».

