Vico Pensiero e la storia di una strega che ruba l’anima… forse

Valentina Cosentino

La leggenda di una strega che ruba l’anima, una targa come monito, ed un vicolo che non c’è più: è la storia della Strega di Vico Pensiero.

Questa storia, come molte altre della Napoli segreta e misteriosa comincia proprio nel cuore della città, tra i suoi intricasti vicoli, dove il sole non sempre fa capolino, ma dove la passione travolge con la sua forza la vita di ognuno.

Fino al 1890, in uno di questi vicoli chiamato Vico Pensiero, prima che il Risanamento ne cancellasse l’esistenza, vi era una targa che avvisava i passanti di prestare attenzione perché lì abitava, o aveva abitato, una strega che aveva il potere di far uscire di senno gli uomini.

Insomma niente di più banale, si sa le donne sono sempre accusate di far impazzire gli uomini in un modo o in un altro!

Ma qui la targa dava prova concreta che qualcosa doveva essere accaduto.

Qualcosa sì, ma cosa?

Ma partiamo dall’inizio. La targa, oggi conservata presso i locali della Società Napoletana di Storia Patria, recitava così: Povero pensiero me fu arrobbato, pe no le fare le spese me l’ha tornato.

Due versi, in napoletano, quattro brevi righe, e, per dirla tutta, dal significato non proprio trasparente. Sembra che la targa fosse lì da sempre, almeno dal ‘500, a giudicare dalla lingua.

E così la fantasia popolare per trovare una spiegazione cominciò a raccontare che la targa era stata affissa da un giovane prima di sparire per sempre dal vicolo.

Il povero giovane in questione, un poeta, pare, avesse incontrato una sera, in quel vicolo, uguale a tanti altri, un gattino,  e ai gattini, si sa, nessuno resta mai insensibile, figuriamoci un giovane poeta! e così lo prese e lo mise sotto il mantello per portarlo a  casa, fu allora che si spalancò una porta, una delle tante del vicolo, e una donna bellissima gli si fece incontro rivendicando la proprietà del piccolo micio. Un ringraziamento tira l’altro, e all’alba il giovane poeta era già innamorato della giovane sconosciuta.

Si diedero appuntamento per la notte seguente e così per la notte dopo e per quella successiva ancora e per tutte le notti così per un tempo indefinito. Un infausto giorno la sconosciuta non si presentò ad uno dei loro appuntamenti notturni, il poeta la cercò ovunque, chiese  a chiunque, ma nessuno, non solo la conosceva, ma non l’avevano neppure mai vista. Tutti nel vicolo cercarono di consolare il giovane dicendogli che non era stato altro che un sortilegio, un gioco maligno di una strega per far perdere il sennò agli uomini. Ma la spiegazione non bastò allo sfortunato giovane che finì per impazzire completamente pensando alla felicità perduta.

Prima di sparire, appunto, avrebbe inciso, non si sa bene con quali mezzi, la targa per mettere in guardia ulteriori avventori del vicolo.

Una spiegazione alla targa decisamente meno poetica, ma forse più vicina la vero invece di un illustre studioso, Ludovico de la Ville sur Yllon,  che sostiene che la frase è da riferire ad un episodio di furto che aveva interessato un bassorilievo che all’epoca dei fatti era ancora sopra la targa e che raffigurava un uomo assorto, che tra l’altro dava il nome al vicolo stesso.

Il ladro avrebbe rubato detto bassorilievo e poi pentito lo avrebbe restituito apponendo poi la lapide per esprimere la sua vergogna per il gesto compiuto.

Certo resta da spiegare cosa raffigurasse il bassorilievo… il giovane poeta? … forse…

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