Un viaggio ne “Le sette opere di Misericordia” di Caravaggio
L'opera è conservata presso il Pio Monte della Misericordia
Napoli è una città ricca di tesori artistici e culturali. Uno di questi è conservato nel cuore del suo centro storico, tra i vicoletti che pullulano di storie di vita quotidiana e di umanità. Si tratta di “Le sette opere di Misericordia” di Michelangelo Merisi detto Caravaggio. Nella sua breve ma intensa vita, il pittore venne due volte a Napoli e vi lasciò quest’opera significativa, che contribuì a rendere il suo nome immortale.
La storia dell’opera
L’opera è conservata presso il Pio Monte della Misericordia, in Via dei Tribunali 253. Si tratta di un dipinto che ritrae le sette opere di Misericordia corporali, commissionato al pittore dalla Congregazione del Pio Monte. Fondata nel 1601, questa istituzione caritatevole laica era composta da giovani appartenenti alla nobiltà napoletana. Il loro scopo era quello di amministrare le sette opere di Misericordia. Tra gli aderenti alla congregazione vi era Luigi Carafa-Colonna, grazie alla cui protezione Caravaggio riuscì a scappare da Roma, dove era ricercato per omicidio. Approfittando della presenza del pittore a Napoli, i membri del Pio Monte decisero di affidargli il compito di dipingere le sette opere di misericordia. La congregazione, che continua a svolgere la sua missione ancora oggi, si prodigava per soddisfare i bisogni dei poveri attraverso azioni di carità cristiane. Queste ultime, secondo la carità cristiana, erano indispensabili per ottenere il perdono dei peccati ed avere il lasciapassare per accedere al paradiso. Caravaggio, con grande maestria, riesce a condensare in un unico dipinto tutte e sette le opere di misericordia, in un vortice umano ed emotivo, reso unico dal suo stile fatto di luci ed ombre. Il dipinto domina oggi l’altare della chiesa seicentesca posta all’interno dell’edificio e con lui è ancora conservato il contratto di stipula della commissione. L’opera fruttò al turbolento artista, la cui fama lo precedeva, circa 400 ducati. Il dipinto venne commissionato nel dicembre del 1606 e Caravaggio porterà a compimento quest’opera complessa e rivoluzionaria il 9 gennaio del 1607.
Descrizione dell’opera
A presiedere dall’alto l’intero dipinto troviamo la Vergine col Bambino, sorretti da due angeli alati impegnati in un volo acrobatico. Entrambi osservano con approvazione gli atti misericordiosi che si svolgono sotto i loro occhi. Uno degli angeli stende il suo braccio verso il basso, quasi a voler diffondere la luce divina nelle figure sottostanti per ispirare in loro atti di misericordia. Partendo da destra troviamo le prime due opere: “dar da mangiare agli affamati” e “visitare i carcerati”. I protagonisti di queste due opere sono Cimone e sua figlia Pero, che rappresenta la caritas romana. Cimone era in carcere, condannato a morte per fame e Pero lo nutriva segretamente con il latte del suo seno. Scoperto l’inganno, la generosità della donna mosse a compassione i giudici che decisero di graziare l’uomo.
Spostandoci alla nostra sinistra, troviamo invece raffigurata l’opera “seppellire i morti”. Un prete regge una torcia, unica fonte luminosa del quadro oltre alla luce divina, mentre due uomini trasportano un cadavere di cui si intravedono i piedi.
Immediatamente dopo sono rappresentate le opere “vestire gli ignudi” e “curare gli infermi”. Le figure che fanno parte di questo gruppo sono tre. Un uomo ben vestito, identificabile con San Martino da Tours, divide in due con la sua spada il suo mantello, per vestire l’uomo nudo ai suoi piedi che ci da le spalle ben scolpite. Allo stesso tempo la lama lucente della sua spada richiama al nostro sguardo la figura di uno storpio. Questo era un probabile riferimento alla vita del santo che era solito occuparsi degli infermi.
Accanto a San Martino compaiono due uomini impegnati in una conversazione. Si tratta di un locandiere, che punta il dito verso l’esterno del quadro, quasi a voler indicare al pellegrino la sua locanda. “Dare rifugio ai pellegrini” era infatti un’altra delle opere di misericordia e la conchiglia, posta a decorazione del cappello del pellegrino, è l’emblema di Santiago de Compostela.
Per l’ultima opera di misericordia, “dare da bere agli assetati”, Caravaggio ritrae l’eroe dell’Antico Testamento, Sansone. Rappresentato nell’atto di bere da una mascella d’asino, la scena fa riferimento ad un episodio biblico. Secondo le Sacre Scritture, Dio, per dissetare Sansone nel deserto, fece sgorgare l’acqua dalla mascella di un asino.
Tra sacro e profano
Si conclude così il viaggio ne “Le sette opere di misericordia” di Caravaggio. Grazie al naturalismo del pittore, il soggetto sacro dell’opera prende forma nei corpi profani della gente del popolo di Napoli. Gente comune che incarna precetti evangelici. L’intreccio dei personaggi e le azioni dei singoli gruppi, separati ma armoniosamente orchestrati in una perfetta scena teatrale, sembrano avere luogo in un angusto e buio vicoletto della città. Uno di quei vicoletti di una Napoli all’epoca sovraffollata, dove Caravaggio era solito passare le sue serate brave. La Vergine con il busto proteso in avanti, sembra richiamare la scena di quelle donne che si affacciano ai balconi, creando così una relazione speculare tra le opere di misericordia che avvicinano l’uomo a Dio e la Grazia che Dio gli concede attraverso queste opere.

