Un esempio di Barocco Napoletano: Palazzo Firrao

Arte e Cultura
Articolo di , 22 Feb 2021

Napoli è una città meravigliosa che regala emozioni a turisti e abitanti. Ogni angolo della città è un particolare che racconta una storia affascinante, e protagonisti di queste storie spesso sono gli antichi palazzi partenopei.

 

Non serve andare alla ricerca di palazzi particolari, perché molto spesso si trovano al centro della città, nel pieno centro abitato, ai margini di strade molto trafficate. Un particolare palazzo che incarna queste caratteristiche è il Palazzo Firrao: un chiaro esempio di barocco napoletano, situato in via Santa Maria di Costantinopoli, una delle strade più trafficate della città. Questo palazzo è facilmente riconoscibile perché si trova tra il palazzo Petragna e quello dei del Tufo.

 

Il suo nome deriva dalla crasi di Filii Rahonis, figlio di Rao, signore normanno che si stabilì a Napoli al seguito di Roberto il Guiscardo.

Ci troviamo in pieno centro antico nel quartiere San Lorenzo, nella via che porta a Piazza Bellini, una delle Piazze preferite dai ragazzi e dalla movida napoletana, sede di numerosi baretti e caffè letterari.

 

Il palazzo fu edificato durante i primi anni del cinquecento ma, tutt’oggi, è di autore ignoto. Tuttavia, molti studiosi come Roberto Pane ritengono che in un’epoca successiva il progetto sia da attribuire alla mano di Cosimo Fanzago e poi messo in opera da Jacopo Lazzari e da suo figlio Dionisio tra il 1637 e il 1640. Vi è purtroppo, anche in questo caso, una mancata di documentazione.

 

Ciò che è certo, però, è che nel seicento la struttura fu acquistata dalla famiglia di Cesare Firrao, portolano maggiore di Napoli e montiero maggiore del Regno (così fu nominato dalla Real Corte, ricevendo anche un titolo di principe di Luzzi). Egli venne alla corte di re Filippo III di Spagna ai servizi del viceregno tra il 1598 e il 1621. Furono loro a chiedere una ristrutturazione che fosse in voga con i gusti del tempo ma anche di questi rifacimenti non se ne è mai individuato l’artefice.

Si iniziò, dapprima, con la facciata principale che impegnò maggiormente le forze dedicate ai lavori di ristrutturazione. Lo sappiamo grazie all’epigrafe posta sulla fascia al di sopra del portale che, purtroppo, non chiarisce l’anno di inizio dei lavori.

Non si può non essere, comunque, rapiti dalla base di piperno, attraversata da sei pilastri con capitelli ionici. Lì vi si trovano tre finestre per ogni lato.

 

Molto particolari sono, ai lati, le nicchie che accolgono delle statue raffiguranti delle figure femminili, e il portale che espone un timpano spezzato sormontato da due importanti conformazioni che rappresentano la Magnanimità, ritratta con una cornucopia di frutti a cavallo di un leone e la Libertà che porta un’aquila sul capo e di fianco una cornucopia con gemme e monete. È evidente l’iconologia del Ripa, alla base della simbologia espressa.

 

Naturalmente, come ogni Palazzo che si rispetti, esso porta al centro lo stemma della famiglia che lo acquistò, opera di Dionisio Lazzari realizzata nel 1637.

 

Ma non finisce qui, il simbolismo è presente anche al secondo piano. L’edificio risulta maestoso per come si presenta nel complesso: le cinque finestre e i due balconi sono ricchi di panoplie realizzate proprio per indicare la forza in ambito militare che riteneva la famiglia Firrao.

 

Il tutto è perfettamente omogeneo ed è paradossalmente completato dagli elementi cinquecenteschi quali le balaustre e gli ovali con i busti dei re e dei principi di casa d’Austria. Secondo una storia che si racconta ancora oggi, è proprio grazie ad uno di questi busti che dobbiamo la conservazione dell’edificio. Durante la sanguinosa rivolta di Masaniello la plebe prese di mira il palazzo. Quando il cardinale Filomarino fece notare che così facendo avrebbero distrutto il busto di Carlo V, re molto amato dai napoletani, preferirono desistere e risparmiarono di dare fuoco all’edificio.

 

Tuttavia, anche le opere presenti sono di dubbia attribuzione.

Nel tempo, lo stabile fu anche di proprietà di Sanseverino di Bisignano che ristrutturarono il giardino e vi inserirono anche una fontana. Dopo i Sanseverino il palazzo fu acquistato dagli Spinelli che avevano la proprietà limitrofa.

Attualmente è sede degli uffici dell’Acquedotto di Napoli.

Un tempo era sicuramente pieno di statue e di biscuits di Capodimonte.

 

Questo splendido palazzo è conservato perfettamente fino ad oggi, e forse pochi tra gli abitanti di Napoli riconoscono il grande valore storico dello stabile. Ma è impossibile non restare affascinati dalle bellezze dell’architettura barocca napoletana.

 

Fonti:

  • Gino Doria, I Palazzi di Napoli, ed. curata da G. Alisio
  • I palazzi di Napoli, Aurelio de Rose
  • Napoli Guida a cura di F. D. Moccia e D. Caporali, Clean edizioni

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