Totò ed Eduardo, storia di un’amicizia lunga una vita

Valentina Cosentino

Immaginiamo per attimo la Napoli degli ultimi anni della belle époque, immediatamente prima della grande guerra, due ragazzi, uno di quattordici ed uno di sedici anni, con la stessa passione nelle vene, si incontrano nei camerini dei teatri di Napoli, il San Ferdinando, l’Orfeo, il Trianon dove iniziano a muovere i primi passi sulle assi del palcoscenico e dietro le quinte osservano i grandi, ne imparano l’arte ed i segreti, ogni tanto calcano le scene accanto a loro.

Uno respira aria di teatro da quando è nato si chiama Eduardo, figlio naturale di Eduardo Scarpetta, fino ad allora il re indiscusso del teatro napoletano, l’altro si chiama Antonio, Totò, è figlio del popolo e solo la sua forte passione lo allontana dai sogni di una madre che lo vorrebbe sacerdote.

Ed è cosi, dai sogni di due ragazzi innamorati del teatro, che nasce una delle amicizie più belle ed intense della storia dello spettacolo napoletano.

Eduardo non dimenticherà mai quando nei primi anni venti, mentre erano entrambi, per spettacoli diversi, in trasferta a Palermo, si ammalò, e dopo ogni spettacolo Totò lo andava a trovare per curarlo, alla stregua di un fratello, preparandogli delle pezze calde da mettere sul corpo per fargli sentire meno dolore. Una sera di queste mentre Totò cercava di distrarlo cantando il “Il portavoce”, una macchietta napoletana, Eduardo fu costretto, scherzando, a chiedere all’amico di andar via perché stava male dal troppo ridere.

Da quei primi in cui condividono la gavetta ed in primi successi la vita li porta lentamente lontano, uno in giro per l’Italia con le sue sempre più acclamate commedie, l’altro per i suoi innumerevoli film.

Ma la vita con i suoi mille ostacoli, comprese due guerre, che attraversano entrambi indenni, la fame, la povertà del secondo dopoguerra, non riescono a minare una tanto grande amicizia che andava ben oltre le assi del palcoscenico e la finzione della macchina da presa.

 Per sottrarli alla frenesia lavorativa e farli recitare insieme negli anni del loro massimo successo, ci voleva uno dei più grandi esponenti del cinema italiano dell’epoca il produttore Dino del Laurentis che quando decise di trarre da Napoli Milionaria, una delle commedie indimenticabili di Eduardo, un film per il grande schermo, parlò chiaro: Eduardo doveva convincere Totò ad accettare una parte.

E il Principe davanti alla richiesta dell’amico di sempre non seppe dire di no, e celebre è rimasta sua risposta: “Eduardo, con te lavoro gratis”.

Dal canto suo Eduardo scrisse in risposta una delle lettere più toccanti che amico potesse scrivere: “Caro Antonio, ogni qual volta penso a te, Amico, te l’ ho detto a voce e voglio ripeterlo per iscritto, ho l’ impressione di non essere più solo nella vita!”.

Poco conta che alla lettera fosse accompagnata una collana di brillanti per Diana, all’epoca moglie di Totò, per lui, per il Principe, solo quelle parole andarono dritte al cuore.

Un’amicizia che durò fino alla morte, quella di Totò sopraggiunta troppo presto.

Eduardo così scriveva in articolo apparso sul Paese Sera all’indomani della scomparsa dell’amico.

 Erano più colorate le strade di Napoli, più ricche di bancarelle improvvisate di chioschi di acquaioli, più affollate di gente aperta al sorriso allora, quando alle dieci di mattina le attraversavo a passo lesto avevo quattordici anni per trovarmi puntuale al teatro Orfeo, un piccolo, tetro, e lurido locale periferico, dove, in un bugigattolo di camerino dalle pareti gonfie di umidità, per fare quattro chiacchiere tra uno spettacolo e l’altro, mi aspettava un mio compagno sedicenne che lavorava là.

Oggi è morto Totò. E io, quattordicenne di nuovo, a passo lento risalgo la via Chiaia, e giù per il Rettifilo, attraverso piazza Ferrovia. Entro per la porta del palcoscenico di quello sporco locale che a me pare bello e sontuoso, raggiungo il camerino, mi siedo e mentre aspetto ascolto a distanza la sua voce, le note della misera orchestrina che lo accompagna e l’uragano di applausi che parte da quella platea esigente e implacabile a ogni gesto, ogni salto, ogni contorsione, ogni ammiccamento del “guitto”.

Do un’occhiata attorno; il fracchettino verde, striminzito, è lì appeso a un chiodo: accanto c’è quello nero. Quello rosso glielo vedrò indosso tra poco, quando avrà terminato il suo numero.

I ridicoli cappellini… A bacchetta, a tondino… e nero, marrone, e grigio… sono tutti allineati sulla parete di fronte. Manca il tubino: lo vedrò tra poco. Il bastoncino di bambù non c’è: lo avrà portato in scena.

E lì, sulla tavoletta del trucco? Cosa c’è in quel pacchetto fatto con la carta di giornale? È la merenda, pane e frittata. E la miserabile musica continua, e la sua voce diventa via via ansiosa di trasportare altrove quella orchestrina, di moltiplicarla.

Dal bugigattolo dove mi trovo non mi è dato vederlo lavorare, ma di sentirlo e immaginarlo com’è, come io lo vedo come vorrei che lo vedessero gli altri.

Non come una curiosità da teatro, ma come una luce che miracolosamente assume le fattezze di una creatura irreale che ha facoltà di rompere, spezzettare e far cadere a terra i suoi gesti e raccoglierli poi per ricomporli di nuovo, e assomigliare a tutti noi, e che va e viene, viene e va, e poi torna sulla Luna da dove è disceso.

Ora sono travolgenti gli applausi e le grida di entusiasmo di quel pubblico: il numero è finito. Un rumore di passi lenti e stanchi si avvicina, la porticina del bugigattolo viene spinta dall’esterno.
Egli deve aprire e chiudere più volte le palpebre e sbatterle per liberarle dalle gocce di sudore che gli scorrono giù dalla fronte per potermi vedere e riconoscere, e finalmente dirmi: ” Edua’, stai cca’! “

E un abbraccio fraterno che nel tenerci per un attimo avvinti ci dava la certezza di sentire reciprocamente un contatto di razza. E le quattro chiacchiere, quelle riguardavano noi due, le abbiamo fatte ancora per anni, fino a pochi giorni fa.

Eduardo De Filippo, 15 Aprile 1967 

A noi oggi resta il ricordo di un’amicizia rara imperitura, la storia di due uomini, due vite diverse, ma profondamente unite, due volti, che per quasi un secolo hanno incarnato la vera Napoli e l’hanno raccontata e continuano a raccontarla al mondo con il loro sguardo disincantato.

 

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