La storia di Suor Giulia e della setta della «carità carnale»

Annunziata Buggio
La storia di Suor Giulia e della setta della «carità carnale»
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Giulia De Marco, la suora «mistica» venerata dal popolo come una santa che scandalizzò il clero e la nobiltà, con la setta della Carità Carnale.

Napoli ha avuto inizio in una donna, Parthenope e forse terminerà con un’altra; ma fra tutte quelle che sono passate alla storia, in bene e in male, ce n’è una che non è passata inosservata alle cronache del seicento napoletano ed ora tornata in auge: suor Giulia. Si dice che il Bernini si sia ispirato a lei per scolpire la meravigliosa «Estasi di Santa Teresa»

Per ricostruire la storia di suor Giulia, dobbiamo addentrarci nel primo seicento napoletano; la Capitale partenopea, sotto il vice regno spagnolo era al massimo del suo splendore centro fiorente della cultura europea. Ma se da un lato si dipingeva un’immagine di Napoli ricca, festosa e libertina dal’altro canto la Chiesa si avviava al clima della Controriforma e si poneva come organo su tutti gli aspetti della vita e della cultura, soffocando i movimenti di pensiero e quelli ereticali.

Perché suor Giulia ebbe così presa sul popolo ?

Dalla biografia sappiamo che Giulia, nacque in Molise a Sepino nel 1575 da una famiglia di umili origini, il padre bracciante e la madre una serva turca. Alla morte del padre, la ragazza fu affidata come domestica ad un mercante di Campobasso che deceduto poco dopo, seguì la sorella del suo padrone a Napoli. Disorientata dall’ambiente di città, conobbe un servo di cui si innamorò; sedotta e abbandonata, diede alla luce un figlio che a malincuore consegnò alla Ruota degli esposti all’Annunziata. Morta la padrona ne ereditò tutti i suoi beni e fece voto di ritirarsi a vita spirituale nella speranza di poter riabbracciare e rivedere il piccolo Tommaso.

Giulia, rimasta sola e senza protezione, si immerse profondamente nella preghiera e nella devozione vestendo l’abito di terziaria francescana e le sue opere pie e caritatevoli erano ben note in città, e ben voluta dagli aristocratici, dagli ecclesiastici e dai figliuoli del popolo, ritraendola come una vera santa, estasiata da visioni celesti e doni di preveggenza (secondo le testimonianze dell’epoca).
In realtà suor Giulia più ché una santa era una donna pia, una perpetua (vezzòca-bigotta) che affiancava il padre spirituale della casa che le aveva dato sostegno e protezione come un vero padre; fino a quando morì anche quest’ultimo e le affidarono un altro confessore nel 1605, padre Aniello Arciero di Gallipoli (la sua disgrazia) un uomo di 31 anni, di bell’aspetto e fascino, apprezzato per la sua eloquenza. Giulia nel pieno della sua giovinezza, restò colpita da quest’uomo e tra una confessione e l’altra entrò in confidenza con il nuovo padre e i loro incontri divennero sempre più intimi e scabrosi (dalle parole si passò ai fatti).
Padre Aniello persuade Giulia a convertirsi ad una nuova dottrina di pensiero, in quanto le fa credere che lei è la prescelta del nuovo verbo, un dono da comunicare agli altri, la cui sapienza deve essere divulgata. Un’ inganno bello e buono. 

Si narra che padre Aniello fosse vicino alla dottrina del Socino; i Socini senesi erano dei pensatori protestanti e riformatori e che mettessero in dubbio l’autorità del pontefice e il rifiuto di ogni dogma, prendendo alla lettera l’insegnamento “Amatevi gli uni con gli altri”.
Da queste parole gli adepti avevano interpretato che l’atto sessuale (proibito ai religiosi) non implicava peccato e anzi che il voto di castità poteva dirsi nullo e che il rapporto carnale era vissuto come una forma di «estasi spirituale» (reinterpretando le parole di Cristo «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna») ovvero la via diretta a Dio e che proprio l’unione fisica avrebbe cancellato qualsiasi colpa sul nascere. Eresia! Si direbbe.

I principi della setta. Sacro-profano

Il piano diabolico consisteva in un’organizzazione messa a punto da un terzo personaggio, l’avvocato napoletano Giuseppe De Vicariis, squattrinato ma dotato di carisma e attratto da teorie spiritualiste. Lui creò il marketing intorno a Suor Giulia.

Padre Arciero e De Vicariis diedero vita alla confraternita sede a Palazzo Suarez, quella della «carità carnale» intravedendo in suor Giulia (approfittando della sua ignoranza e della sua popolarità) uno «strumento» di massa da proiettare al mondo, intenzionati ad elevarne la sua santità.
Negli stessi anni Suor Orsola Benincasa (Venerabile) concorreva anch’essa al titolo di santa e non vedeva di buon occhio questa possibile rivale e per intimorirla le scagliò i Padri Teatini, all’epoca molto temuti; ma siccome il clima della Controriforma vigilava, tutti si avvalevano di protezioni importanti ecclesiastiche per mettere le spalle al coperto per salvaguardare il potere, il prestigio (tranne Giulia che fu presa dal delirio di onnipotenza, stando ai fatti).

La setta della carità carnale consisteva nell’adorazione fisica del corpo e delle parti intime di suor Giulia, chiamate «Porte aperte del Paradiso» baciate come reliquie in quanto ritenute sacre; il suo concedersi era concepito come un’atto di carità (carnale) un estremo sacrificio per purificare i peccati degli uomini, i quali giungevano a lei sempre più numerosi e convertiti con offerte e preghiere.
Il trio aveva messo su una vera e propria setta a sfondo sessuale e orgiastica dove ogni rito seguiva un «percorso iniziatico» e solo chi graziato si congiungeva alla santa, veniva liberato da ogni male, ottenendo la benedizione di Dio. Ma questa prassi non ricorda il ruolo della «prostituta sacra»? Quando Napoli era pervasa da riti pagani? Infatti si riteneva «sacro» il corpo della sacerdotessa che si sostituiva a quello della Dea, grazie alla quale chi vi si congiungeva (su pagamento) otteneva fertilità, benevolenza, positività, buona sorte.
Si intuisce perché ebbe una folle di seguaci … Gli adepti ben selezionati erano tutti giovani, uomini e donne massimo 25 anni, di qualunque estrazione sociale,venivano ammessi al rito e a lumi spenti si congiungevano a caso (secondo un manoscritto dell’epoca).

Lo scandalo

La setta cresce a dismisura tanto quanto la presunta santità di questa donna, e c’è chi cospira contro di lei. E nel 1606 che arrivano i primi sospetti, le prime accuse e i pentiti; l’inquisitore locale, il Vescovo di Caserta, Deodato Gentile,vuole vederci chiaro sulle doti della suora e fa aprire un’inchiesta ai danni di Giulia e di padre Arciero.

Scoppia lo scandalo in tutti gli ambienti, fra nomi di spicco da quelli aristocratici a quelli religiosi; decidono di allontanare la suora da Napoli nel 1611 spedita prima nel monastero di Sant’Antonio da Padova poi a Cerreto Sannita ed in seguito a Nocera. Al rientro il popolo i”figiuoli”l’amano ancora più di prima (in molto sono convinti della sua innocenza). Padre Arciero fu esiliato nello Stato Pontificio, privato della facoltà di confessare e di avere ogni corrispondenza con suor Giulia.

Il 12 Luglio del 1615 arriva la sentenza: i giudici del Santo Uffizio conducono nella chiesa romana di Santa Maria alla Minerva, Suor Giulia, padre Arciero e l’avvocato De Vicariis, per subire il super processo; dopo esser stati torturati con la corda, fanno pubblica abiura confessando tutto salvandosi dal rogo con l’accusa di eretici e adoranti del demonio.
I tre finiranno i loro giorni nelle dure prigioni di Castel Sant’Angelo e di Giulia, dopo secoli, si tenterà di ricostruire una pagina di storia misteriosa, ancora tutta da decifrare. Una donna sfortunata o molto astuta ?
Il più grande scandalo religioso del primo seicento napoletano che ha alimentato molte fantasie in chiave boccaccesca … intrighi, potere, sesso e religione.



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