Suor Giulia e la setta della “Carità carnale”
Tra misticismo ed eresia, la scandalosa storia di suor Giulia De Marco che sconvolse il Seicento napoletano.
Suor Giulia De Marco è stata una figura fuori dagli schemi, capace di scuotere le cronache del Seicento napoletano.
La Napoli della Controriforma
Per capire chi fosse davvero Suor Giulia bisogna fare un salto nella Napoli del primo Seicento. All’epoca la capitale partenopea, sotto il vice-regno spagnolo, viveva il suo massimo splendore ed era un centro culturale tra i più fiorenti d’Europa. Tuttavia, dietro questa facciata ricca e festosa, si nascondeva un’anima molto più rigida. Era il clima della Controriforma: la Chiesa esercitava un controllo su ogni aspetto della vita quotidiana e della cultura, soffocando qualsiasi forma di libero pensiero o movimento giudicato eretico.
Chi era Suor Giulia De Marco?
Nata in Molise nel 1575 da una famiglia poverissima, Giulia arrivò a Napoli in cerca di riscatto. Qui visse un grande amore con un servo che la abbandonò, costringendola ad affidare il loro bambino alla Ruota degli esposti dell’Annunziata. Rimasta sola e colpita dal dolore, decise di cambiare radicalmente vita: ereditati i beni della sua anziana padrona, fece voto di castità e indossò l’abito di terziaria francescana, immergendosi nelle opere di carità. Considerata da tutti come una santa vivente dotata di visioni celesti e poteri di preveggenza, Giulia divenne una delle figure più influenti della città.
Lo scandalo
Nel 1605 le fu assegnato un nuovo confessore: padre Aniello Arciero, un giovane sacerdote colto e di grande fascino. Giulia, nel pieno della giovinezza, rimase folgorata dal suo carisma e il loro legame si trasformò in una relazione clandestina, che avrebbe segnato l’inizio della sua futura e “scandalosa” fine. Padre Aniello era vicino alla dottrina di Socino, un pensatore riformatore che rifiutava i dogmi della Chiesa e l’autorità del Papa, predicando il ritorno all’insegnamento dell’amore reciproco. Gli adepti di questa dottrina si convinsero che l’unione fisica non fosse un peccato, ma una forma di “estasi spirituale” in piena comunione con Dio. Sfruttando queste teorie, padre Arciero e l’avvocato Giuseppe De Vicariis fondarono a Palazzo Suarez la setta della “carità carnale”, trasformando suor Giulia nel loro strumento di attrazione di massa. La confraternita ruotava attorno all’adorazione fisica del corpo della suora, le cui parti intime venivano venerate come “Porte aperte del Paradiso”. In questo delirio mistico, il concedersi di Giulia era vissuto come un estremo atto di carità per purificare i peccati degli uomini, che accorrevano a lei sempre più numerosi coprendo la setta di offerte e preghiere.
Nel 1606 l’Inquisizione locale aprì un’inchiesta guidata dal Vescovo di Caserta, Deodato Gentile e, nel tentativo di arginare lo scandalo, nel 1611 suor Giulia si allontanò da Napoli. L’epilogo arrivò il 12 luglio 1615 a Roma, nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, quando davanti ai giudici del Sant’Uffizio Giulia, padre Arciero e l’avvocato De Vicariis furono sottoposti ad un processo. I tre confessarono ogni cosa e fecero pubblica abiura, venendo condannati come eretici e adoratori del demonio.

