Storia del Vecchio Pellegrini e delle sue chiesette

Monumenti
Articolo di , 03 Mar 2021

È in momenti come questi, durante i quali non è possibile staccare del tutto la spina, che vorremmo essere capaci di metterci in viaggio alla scoperta di luoghi lontani dalla nostra storia, o semplicemente distanti dal nostro quotidiano.

Fortunatamente, a noi napoletani “veraci” non serve andare troppo lontano alla ricerca di luoghi particolari e interessanti, dato che la nostra città è ricca di spazi strepitosi nascosti e non tra immensi e infiniti vicoletti d’arte in cui immergersi ogni giorno.

Se poi alle bellezze dei paesaggi e delle strade che regala la nostra amata Partenope, pensate alle infinite sfaccettature emozionali che suscitano negli occhi di chi le osserva, il risultato sarà sicuramente strabiliante e mozzafiato.

 

Uno di questi magici vicoletti, attraversato da migliaia di passanti ogni giorno è quello del Pellegrini, situato nella via che da Toledo va a via Nuova Pellegrini.

Ci troviamo nel quartiere Montecalvario e la traversa prende il nome da un noto ospedale della zona, quello dei Pellegrini, oggi chiamato anche il Vecchio Pellegrini, nome scaturito dal fatto che nella zona alta della città sia nato il Nuovo Pellegrini.

 

La storia

La sua storia ha inizio nel 1574, quando un canonico napoletano di nome Cesare Mariconda istituì un’opera simile a quella comprovata a Roma sotto il pontificato di Giulio III per i pellegrini dell’anno santo 1550: un luogo di congregazione che aveva lo scopo di ospitare tutti coloro che giungevano in città. A Napoli, tuttavia, il posto fu adibito a convalescenziario.

 

La struttura sorse, dapprima, a Sant’Arcangelo Baiano e poi nel convento di San Pietro ad Aram, proprio nei pressi del meraviglioso mercatino della Pignasecca, un tempo situato fuori le mura della città. Li si sviluppava un meraviglioso e grande giardino dei Pignatelli di Monteleone, chiamato Biancomangiare. Il nome era quello di un tipico dolce napoletano molto famoso al tempo.

Proprio in questo luogo Fabrizio Pignatelli, un cavaliere di Malta che era ritornato infermo a causa delle guerre cui aveva partecipato, aveva deciso di fondare tra il 1564 e il 1573 un ospizio per i pellegrini ed una piccola chiesa dedicata a Santa Maria Mater Domini.

Ma il cavaliere non era un personaggio qualsiasi, infatti, apparteneva alla famiglia del canonico Mariconda e fu a lui che, alla sua morte, lasciò tutta la struttura.

L’erede ne fece davvero tesoro, ristrutturando e ampliando il tutto. Fu intorno al 1700 che l’opera ospedaliera raggiunse il suo massimo splendore.

Sempre in quegli anni, fu annessa anche la nuova chiesa intitolata alla Trinità, creata ad opera di Luigi e Carlo Vanvitelli.

Dopo la seconda restaurazione, rimase colpito dallo stabile anche Ferdinando I di Borbone, il quale destinò circa 14 mila ducati all’ospedale, denaro che servì per un ulteriore accrescimento. Egli chiedeva che fosse attrezzato particolarmente per accogliervi i feriti.

Le chiese

Ma ciò che colpisce, oltre alla grandezza e alla maestosità della struttura, sono senz’altro le due chiese del complesso.

La più piccola è quella di Santa Maria Mater Domini, eretta nella piazza che è indirizzata a Fabrizio Pignatelli di cui sulla facciata è posto il busto eseguito dal Naccherino, scultore e architetto italiano particolarmente attivo nel Regno di Napoli e di Sicilia nel 1500.

Sempre all’esterno della chiesa è possibile ammirare la Madonna quattrocentesca, mentre all’interno sono custoditi una Vergine con Bambino quattrocentesca di Francesco Laurana, il sepolcro del Pignatelli e infine il Cristo alla Colonna del Naccherino.

Invece, la chiesa della Trinità sorge proprio nel cortile dell’ospedale. Si erge magnifica, insieme alle due rampe di scale ove sono posizionate due statue, una di San Gennaro e l’altra di San Filippo, fatte ad opera di Angelo Viva, scultore napoletano formatosi nella bottega di Giuseppe Sanmartino.

La chiesa fu iniziata da Luigi Vanvitelli, ma solo grazie al figlio Carlo e all’aiuto di altri due noti architetti, Barba e Cappelli, terminò nel 1773.

La pianta di quest’ultima è molto particolare in quanto rigorosamente geometrica. Mostra infatti due ottagoni uniti da un rettangolo che rappresenta il presbitero, realizzato grazie a Giacinto Diano nel 1778.

Anche all’interno di questa struttura non mancano meravigliose opere d’arte, come ad esempio il Transito di San Giuseppe di Francesco Fracanzano, un Sant’Antonio di Padova di Giacomo Finelli e, nel presbitero, una Trinità del De Mura ed i quattro Evangelisti di Paolo de Maio.

 

Dunque, si tratta di un posto ricco di storia ma soprattutto di arte prodotta ad opera di ingegnosi maestri del passato. È proprio vero, Napoli sorprende sempre e racchiude incommensurabili meraviglie!

Fonti:

-G. Doria – Le strade di Napoli – Saggio di toponomastica storica

-R. Marrone – Le strade di Napoli – Vol. II

Foto:

Wikipedia

 

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