“Si proprio nu cato ‘e colla”: cosa significa il famoso epiteto?

Sveva Di Palma

La lingua italiana è piena di sorprese, modi di dire antichi e moderni. Uno di quelli che utilizziamo quotidianamente, specialmente durante un dibattito, una discussione o una presa in giro, è “si nu cato ‘e colla”. Ma cosa vuol dire questa espressione? Da dove nasce e cosa significa per la persona che la riceve?

Durante una discussione molto seria, dove si argomenta in gruppo, arriva sempre quel momento. Sì, proprio quel momento lì, in cui un partecipante si spazientisce, indica il Cicerone di turno nel pieno della sua arringa e lo taccia di essere “proprio nu cato ‘e colla!” Capiamo, giunti a questo punto, che la faccenda è grave e le scelte sono due : o si finisce in riso o l’epilogo sarà in rissa.  Dipende, probabilmente, dal temperamento reale del “cato ‘e colla” in questione.

 

A cosa abbiamo assistito, dunque? Cosa vogliamo dire quando bolliamo qualcuno come un “cato ‘ e colla”?  E come mai la reazione così imprevedibile da parte di chi si trova dalla parte ricevente del nostro epiteto? Il dialetto napoletano forgia armi linguistiche affilatissime, fantasiose, irripetibili.

 

Il nostro povero “cato ‘e colla” è stato accusato di un crimine ben grave, ovvero di essere un “pesaturo” (altro termine molto esemplificativo della nostra lingua) . Il “pesaturo” in napoletano non è altro che il “pestello“, ovvero il comune mortaio. La sua azione principale, dunque, appare evidente: la pestatura, lo schiacciamento. Non specificheremo cosa viene pestato durante questo processo, ma lasceremo alla fantasia del lettore la possibilità di immaginare ciò che più gli aggrada. La parola scritta, in fondo, è bella proprio per questo: fornisce una suggestione ma mai una secca risposta. Il “pesaturo” è un termine colorito per definire una  persona pesante (e pestante).

 

Il “cato ‘e colla”  – o “pesaturo” che  dir si voglia –  è quindi  un tipo affatto leggero, elastico. Il paragone impietoso implicato in  questa espressione – che definire largamente diffusa è alquanto riduttivo –  è quello con un secchio di colla. Non qualcosa di agevole da smuovere, o di comodo da trasportare, insomma.

 

Il “cato” sopracitato è appunto il colpevole contenitore della pesantissima colla.  Nella lingua napoletana il “cato” è il secchio. Ecco la matrice della parola “catino” e  del termine “catinelle” (ad esempio, il detto “piove a catinelle“, riferito al piovere incessante, in napoletano conosciuto anche come “o pata pat ‘e ll’acqua“).

 

Non è bello essere pesanti, o noiosi, ma in ognuno di noi – purtroppo dobbiamo accettarlo – vive un cato di colla che merita e desidera di essere amato così com’è.

E tutti, prima o poi, penseremo di qualcun altro che sia gradevole quanto trascinare un secchio pieno fino all’orlo di colla e calcestruzzo.

 

Ringraziamo, sempre,  di parlare una lingua bellissima che abbia la capacità di farci ridere mentre ci insultiamo.

Cara lingua napoletana, ti amiamo.



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