Sant’Antonio e ‘o puorco: la storia di Sant’Antonio Abate

Attenzione a non confondere Sant'Antonio Abate con Sant'Antonio di Padova. Protettore degli animali e dei lavori del "fuoco", è un santo con una storia affascinante legata alla città di Napoli.

Tradizioni e Curiosità
Articolo di , 07 Feb 2023
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Foto @Wikipedia

Quanto a Santi, non ci facciamo mancare niente a Napoli. Abbiamo già contato i nostri bei 52 coprotettori della città insieme a San Gennaro in questo articolo. Oggi portiamo la storia di: Sant’Antonio Abate, festeggiato il 17 Gennaio, da non confondere con l’altro Sant’Antonio, quello di Padova – che in realtà era portoghese – celebrato il 13 Giugno.

Il fuoco

Sant’Antonio Abate era egizio, anzi un eremita egiziano che è legato al fuoco per via della leggenda che lo ritrae protagonista.
Tentato dal diavolo nel deserto, egli rifiutò le tentazioni ed il diavolo lo avvolse nel fuoco e lo lasciò a terra ustionato.

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Per questo motivo egli è il protettore dei mestieri legati al fuoco, ossia pizzaioli, fornai, panettieri. Lo era anche dei Vigili del Fuoco, prima che il lavoro gli fosse soffiato da Santa Barbara.

Herpes zoster o anche Fuoco di Sant’Antonio, perché?

Ed anche per questo motivo protegge gli ammalati di herpes zoster, noto appunto come fuoco di Sant’Antonio.
Herpes zoster
 significa, letteralmente cintura di serpente. Nella maggior parte dei casi, infatti, la sensazione di bruciore derivante dalla malattia e le vesciche provocate, si distribuiscono sul tronco come una mezza cintura.

I legami fra il santo e la malattia sono molteplici: in primo luogo la sensazione di bruciore forte causata dall’ herpes zoster ricorda per l’appunto il fuoco di cui Sant’Antonio Abate appare essere il simbolo religioso, per via della punizione inflittagli dal diavolo.

In secondo luogo, e qui entra a gamba tesa la storia napoletana, i monaci della Chiesa di Sant’Antonio Abate a Napoli conoscevano la ricetta per un unguento miracoloso che leniva i dolori della malattia. Da qui, dunque, dal luogo in cui si recavano i malati per farsi curare dai dolori dell’herpes zoster, prese il nome della malattia fuoco di Sant’Antonio.

Il fatto che l’unguento fosse prodotto da loro non è un caso

Il balsamo miracoloso si otteneva dalla sugna, dal grasso del maiale: ingrediente anticamente come quasi esclusivo condimento della cucina partenopea. Oggi molto meno utilizzato e sostituito dall’olio extra vergine di oliva.

Ebbene, l‘Ordine degli Antoniani, forse proprio per via del rapporto speciale e privilegiato che il Santo aveva con gli animali, era l’unico legittimato ad allevare e ad usufruire dei prodotti dei  maiali all’interno del monastero.

Rimandi nella cultura napoletana

Collegandoci al punto della sugna, i monaci, forse per via di esigenze organizzative, di ottimizzazione delle risorse, oppure perché erano un molto parsimoniosi, consegnavano piccolissime quantità di lardo benedetto avvolto nella figurina di Sant’Antonio.

Questo ha fatto sì che si coniasse un’espressione: “m’e dato ‘o llardo ‘int ‘a fijura“, che esprime lo sdegno di quando si riceve una somma piccolissima in cambio di un lavoro molto più grande che andava ricompensato meglio. La sugna, in generale, viene utilizzata nella parlata napoletana come sinonimo di liquidità di denaro. “Stai facenno ‘nzogna” significa stai facendo soldi. Stai fatturando direbbero i milanesi (e Shakira).

Sant’Antonio s’annamuraje d’o puorco

I dipinti religiosi raffigurano molto spesso Sant’Antonio Abate in compagnia di animali e soprattutto di maiali, essendo lui il loro protettore. Per questo motivo, la formula “Sant’Antonio s’annamuraje d’o puorco” viene utilizzata quando, magari, un uomo bellissimo e dal grande valore si invaghisce di una donna brutta e vile o viceversa.

La statua di Sant’Antonio Abate con un maiale è presente in Piazza Carlo III, proprio di fronte alla sua Chiesa.

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