Il rapporto tra Napoli ed il Giudizio Universale di Michelangelo

Claudio Pezzella

Il rapporto tra la città di Napoli ed il capolavoro con cui il Buonarroti concluse le storie bibliche della raffigurate in Cappella Sistina.

 

Realizzato tra il 1535 ed il 1541, il Giudizio Universale è un affresco commissionato da Papa Clemente VII a Michelangelo Buonarroti. L’opera venne dipinta al fine di decorare la parete dietro l’altare della Cappella Sistina. Ad oggi, il Giudizio Universale di Michelangelo viene considerato un capolavoro assoluto dell’arte occidentale.

 

Ma che rapporto ha l’affresco con la città di Napoli?

 

Per rispondere a questa domanda, occorre contestualizzare le origini dell’opera che rappresenta, con estrema meticolosità, la parusia. Trattasi dell’evento dell’ultima venuta alla fine dei tempi del Cristo, per inaugurare il Regno di Dio.

 

Ad oggi, critici, estimatori e studiosi, considerano il Giudizio Universale di Michelangelo come un punto di svolta paradigmatico particolarmente significativo per la storia ed il Pensiero umano. L’opera, infatti, funse da spartiacque tra le ideologie dell’Umanesimo e della prima epoca rinascimentale, che vedevano l’uomo, forte e sicuro di sé, al centro dell’esistenza,  e la visione angosciata e caotica, poiché priva di baluardi, che avrebbe caratterizzato il periodo storico immediatamente successivo.

 

Il desiderio di Papa Clemente VII di legare il proprio nome all’impresa della Sistina, spinse il Pontefice a commissionare a Michelangelo il Giudizio Universale, nonostante questi fosse già immerso in diversi progetti in San Lorenzo, a Firenze. Il Papa manifestò le sue volontà nel settembre del 1533, quando si incontrò con l’artista a San Miniato al Tedesco. Secondo il Pontefice, il Giudizio Universale avrebbe rappresentato una conclusione più che degna per le storie bibliche narrate negli affreschi già presenti.

Il rapporto tra il Giudizio Universale di Michelangelo e la città di Napoli 

Aspre critiche ed invettive, travolsero l’opera prima ancora della sua ultimazione. Nonostante avesse raccolto l’ammirazione di molti, infatti, l’interpretazione che il Buonarroti diede del Giudizio Universale divenne oggetto di accesi scandali. Tra le accuse mosse nei confronti dell’artista, vi furono quelle di oscenità, mancanza di decoro e tradimento della verità evangelica. Finché i successori di Clemente VII, Paolo III e Giulio III, furono in vita,  l’artista non accusò il peso delle illazioni. La sua condizione cambiò notevolmente con l’insediamento di Paolo IV e Pio IV. Fu allora, infatti, che Michelangelo corse il rischio di finire di fronte al Santo Uffizio.

 

Nel gennaio del 1564, la Congregazione del Concilio di Trento impose la censura sulle nudità di Santi e Beati rappresentati all’interno del Giudizio. L’opera di Controriforma venne commissionata a Daniele da Volterra. Il suo, fu un intervento graduale, che ebbe inizio dopo la morte di Michelangelo. Essendo un ammiratore del Buonarroti, Da Volterra optò per un apporto estremamente discreto su quanto fatto dal suo Maestro, rivestendo le oscenità delle figure con semplici veli.

 

Dipinta a tempera su tavola da Marcello Venusti, una copia del Giudizio Universale della Sistina in versione originale, è custodito nella sala numero 9 del Museo di Capodimonte, a Napoli. Si tratta di una copia originale che il cardinale Alessandro Farnese commissionò, nel 1549, all’artista, in modo da poter custodire una rappresentazione dell’opera originale del Buonarroti. Il dipinto giunse a Napoli come parte della Collezione Farnese alla fine del ‘700.

L’oggetto dell’opera 

Il Giudizio Universale del Buonarroti è un’opera magnifica, capace di suscitare emozioni fortissime sin dal primo sguardo. Attraverso il Giudizio, Michelangelo rappresentò i dannati che precipitano verso gli Inferi ed i beati che ascendono in Paradiso, al cospetto di Dio. L’opera presenta un contesto poliedrico, particolarmente dinamizzato dalla presenza degli angeli, intenti a suonare le trombe allo scatenarsi dell’Apocalisse. Dipinto al centro della scena, si trova il Cristo che, resuscita i morti e chiama verso di sé coloro i quali reputa degni di raggiungerlo nell’Alto dei Cieli. A differenziare l’opera originale dalla copia del Venusti custodita a Napoli del Giudizio Universale, vi è l’isolamento di Gesù voluto da Michelangelo; che si contrappone alla presenza di una gloria di angeli nella scena del Cristo Giudice.



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