“Puozze sculà”: storia e significato della colorita espressione napoletana

Certe volte il napoletano può essere davvero aspro nelle sue offese. "Puozze sculà" ne è un esempio lampante.

Tradizioni e Curiosità
Articolo di , 22 Feb 2022
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Con un patrimonio storico inestimabile, estesosi per secoli, il popolo partenopeo ha modo di riflettere tradizioni, storie e avvenimenti significativi per il loro folklore all’interno dell’idioma. I detti napoletani provenienti da fatti storici o da determinati contesti culturali nel tempo sono innumerevoli. Connesse a personaggi, consuetudini ed usanze, alcune espressioni sono irrimediabilmente finite nel dimenticatoio, mentre altre rimangono all’ordine del giorno. Alcuni modi di dire, poi, rimangono appannaggio di una nicchia ristretta di cittadini; testimoni della città che fu, pronti a trasportare i più giovani lungo il viale dei ricordi, raccontando di una Napoli mai del tutto andata. Il detto oggetto del nostro articolo si rifà ad un’offesa particolarmente pesante e, per questo, da utilizzare con estrema cautela: “puozze sculà“.

Il significato di “puozze sculà”

Tradotto direttamente in italiano,“puozze sculà” corrisponde a “che tu possa scolare”. Trattasi di una rabbiosa e pesante esclamazione con la quale si augura al proprio interlocutore di morire ed esser posto seduto su uno scolatoio per perdere i propri liquidi vitali. Nonostante possa apparire come un augurio di morte, trattasi di una reazione, sicuramente esagerata ed emotiva, nei confronti di coloro che abbiano recato noi un torto. Storicamente, le madri spazientite dei ragazzini più turbolenti utilizzavano l’invettiva nei confronti dei figli; ovviamente priva della deprecabile accezione letterale con la quale la interpretiamo oggi.

La cruenta storia dell’accezione

“Puozze sculà” affonda le radici in una macabra tradizione ischitana, perpetrata dalle monache Clarisse di Manfredonia; un tempo residenti del vecchio monastero del castello Aragonese sull’isola partenopea. Storia vuole che le suore utilizzassero un singolare metodo di sepoltura per le loro consorelle, per il quale, dopo aver reciso la loro cute con precisione chirurgica, i corpi venivano trasportati nella stanza delle cantarelle: sedili di pietra forati al centro e nel piano di seduta, al di sotto dei quali veniva posto un catino. Il luogo era adibito allo sgocciolamento degli umori e alla riflessione da parte delle monache vive sulla morte. Una volta disidratati completamente, le suore trasportavano i corpi nell’ossario o, talvolta, li sistemavano su apposite seggiole mortuarie.

 

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