Perché a Napoli si dice: “Mannaggia ‘a culonna”: quale colonna?

"Mannaggia 'a culonna"! A proposito dell'origine di questa curiosa imprecazione, ci sono ben due tesi contrapposte. Le conoscete?

Tradizioni e Curiosità
Articolo di , 05 Dic 2022
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Ci addentriamo nuovamente nei meandri della lingua napoletana, sviscerandone segreti, aneddoti e storia.
A metà strada fra un’imprecazione edulcorata ed uno sfogo di rabbia, mannaggia ‘a culonna è un’espressione decisamente colorita e curiosa.

A dire la verità, la prima cosa che può saltare all’occhio è l’assonanza. E forse nell’assonanza si annida almeno il potere liberatorio di questa imprecazione apparentemente innocua. 

Napoli è una città superstiziosa e religiosa. Sicuramente timorata, non tanto degli uomini quanto di Dio. Da queste parti la bestemmia si sente, a volte, ma non è un intercalare, né parte della punteggiatura. Questa colorita espressione potrebbe fare pensare ad un modo di sfogare la frustrazione senza scomodare personalità in alto, molto in alto nella scala gerarchica.

Ma come e perché nasce questa controversa espressione? A Napoli, esistono addirittura due teorie al riguardo.

Mannaggia ‘a culonna: la colonna di Piazza Ottocalli

Una prima tesi riconduce ad una storia di molti secoli fa, addirittura al 1500.

Nell’attuale Piazza Ottocalli, nel quartiere San Carlo all’Arena, che oggi ospita il busto del tenore Enrico Caruso, fino al 1509, era situata una colonna di marmo da tempi antichissimi. La piazza porta il nome del numero di monete nella valuta dell’epoca necessario a transitarvi, ossia otto cavalli di dazio.

I napoletani della zona avevano preso ad attribuire alla colonna, forse di origine romana, poteri magici. In particolare, si riteneva fosse in grado di influenzare le condizioni meteorologiche.

Si sa, il mito e la superstizione giungono lì dove la conoscenza e la tecnica umana non arrivano. E questa pratica fu anche incoraggiata dagli ecclesiastici della Chiesa di San Giovanni e Paolo lì sita, addirittura celebrando la messa sul lato destro della colonna, quando si aveva necessità di temperature fresche e clima piovoso ed al contrario sul lato sinistro in periodi troppo rigidi e ricchi di pioggia, quando, per necessità di agricoltura, la popolazione chiedeva il ritorno delle temperature calde.

La tradizione ebbe ad interrompersi bruscamente per via dell’arcivescovo Annibale di Capua che, appunto nel 1509, preoccupato per la crescente superstizione e al fine, probabilmente, di impedire la diffusione di questo rito che si discostava dai dogmi religiosi cattolici (è bene ricordare che siamo in anni che precedono l’inquisizione cattolica), decise di far abbattere la colonna.

La reazione del popolo fu di forte delusione e sconforto, poiché tale colonna sorreggeva il peso delle angosce e delle preoccupazioni dei napoletani.
Da qui Mannaggia ‘a culonna! sarebbe diventata una mezza maledizione per l’abbattimento di questo importante pilastro della superstizione partenopea e la conseguente sfortuna che ne sarebbe derivata.

Mannaggia ‘a culonna: la colonna infame

C’è un’altra teoria, completamente diversa, forse un po’ più credibile, che individua la colonna in questione nella colonna infame dei cattivi pagatori.

Tale colonna non ha nulla a che vedere con quella di memoria manzoniana, che ha ad oggetto la peste e la storia di due untori, bensì la colonna originariamente sita di fronte a Castel Capuano, a Porta Capuana (ed ora custodita a San Martino).

I debitori insolventi venivano legati a questa colonna, privati della dignità e, secondo alcune fonti, anche di parte del vestiario e ricoperti d’acqua, quando andava bene.
Quando andava male, è facile intuire cosa accadesse: il malcapitato poteva essere anche oggetto di percosse, in conseguenza delle quali, la colonna si sporcava del sangue del debitore.

Questa tesi potrebbe essere più accreditabile poiché questa ricostruzione spiegherebbe anche il senso di una locuzione analoga a mannaggia ‘a culonna!, ossia ma che sangue d’a culonna!

Una delle cose che affascina di più della lingua napoletana è che, come vedete, la sua decifrazione appare quasi come un puzzle da risolvere. Ogni espressione si collega ad un’altra e rafforza questa o quella tesi dottrinale.

La commistione di tutte le influenze linguistiche che il napoletano ha avuto, getta in confusione l’interprete poiché spesso non è possibile sapere con certezza se la locuzione o la parola x corrisponde e deriva dalla locuzione y in spagnolo o z in francese.

Un universo sconfinato e maestoso, in cui perdersi è facile e incantevole.

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