Un patriota napoletano: Francesco Caracciolo, eroe del mare

La storia di Francesco Caracciolo, un grande marinaio napoletano impiccato per volere di Nelson.

Arte e Cultura
Articolo di , 28 Nov 2022
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Inoltrandoci nelle eleganti strade del quartiere Chiaia, passeggiando tra le tipiche viuzze che, a tratti, rivelano allo sguardo attento dell’osservatore scorci del Golfo di Napoli, paragonabili a dei dipinti della Scuola di Posillipo, possiamo imbatterci, in Via Santa Lucia, nella Chiesa di Santa Maria della Catena dove spicca, all’ingresso, una maestosa lapide dedicata al nobile napoletano Francesco Caracciolo, ammiraglio della Repubblica Partenopea.

Chi è Francesco Caracciolo

Francesco, nato nel 1752 nella nobile famiglia ducale dei Caracciolo di Brienza, fu avviato sin da giovane alla carriera militare nella armata di mare napoletana dove precocemente iniziò a distinguersi per competenza e capacità di comando. Dopo aver frequentato la Real Accademia di Marina, maturate svariate esperienze nella marina del Regno di Napoli, nel 1779 fu inviato, per volere di John Acton, Ministro della Marina borbonica, a bordo del vascello britannico HMS Marlborough, al tempo impiegato nel conflitto sorto tra le colonie americane e la madrepatria inglese.

Successivamente, ritornato in patria, il nobile napoletano combatté valorosamente dapprima al comando della fregata Dorotea, poi dello sciabecco San Gennaro il Vigilante contro i pirati algerini e marocchini che infestavano le acque del Mediterraneo. In seguito, l’ondata rivoluzionaria che travolse la monarchia borbonica francese, con la proclamazione della Prima Repubblica, vide il Regno di Napoli, nel 1792, schierarsi con le atre potenze europee contro la neonata Repubblica d’oltralpe.

La flotta del Regno di Napoli operò, nel Mediterraneo, al fianco della Marina Britannica e il Caracciolo partecipò sia all’assedio di Tolone, nel 1793, che, nel 1795, alla battaglia di Genova, conosciuta anche come battaglia di Capo Noli.  In quest’ultima battaglia navale, il comandante napoletano, sotto il comando dell’ammiraglio inglese William Hotham, si distinse per le sue abilità nautiche, catturando due vascelli francesi.

Fu nelle acque liguri che il Caracciolo incontrò, per la prima volta, il comandante inglese Horatio Nelson.

Nonostante alcune vittorie riportate contro le truppe rivoluzionarie, gli eventi successivi videro il dilagare delle forze francesi, comandate dal generale Napoleone Bonaparte, in Italia, con gli Stati della penisola assoggettati, uno dopo l’altro, alle armate del condottiero corso.

Nel 1798, dopo la sconfitta subita per mano francese nella battaglia di Civita Castellana, il re di Napoli, Ferdinando IV, incalzato dalle truppe d’oltralpe, scelse di abbandonare, insieme alla Corte, la capitale del regno, Napoli, per riparare in Sicilia, nella più sicura e difendibile Palermo. Fu in occasione di quell’evento che, nel tratto di mare che separava Napoli da Palermo, si consumò una epica sfida navale tra la fregata Sannita, al comando del Caracciolo, divenuto nel frattempo Ammiraglio, e la nave Vanguard, al comando del Nelson; vascello su cui erano imbarcati anche il re e la regina di Napoli.

Nonostante la tempesta che investì la flotta durante la navigazione, la nave del Caracciolo, magistralmente condotta dal suo comandante, navigò tranquillamente, a differenza della nave inglese che, invece, riportò alcuni danni. Ciò accese la rivalità tra l’asso dei mari napoletano e il comandante inglese. Nel frattempo le truppe francesi, raggiunta la capitale al comando del generale Championnet, dopo una breve resistenza posta in essere dal popolo napoletano, conquistarono la città, favorendo, poi, nel Gennaio del 1799 la nascita della Repubblica Napoletana di chiara ispirazione giacobina.

In Sicilia, il Caracciolo, che mal sopportava l’influenza esercitata dagli inglesi su reali napoletani, animosità acuita dalla decisione del Nelson di distruggere buona parte della flotta napoletana, chiese al sovrano il permesso di poter ritornare a Napoli per sbrigare degli affari personali. Giunto a Napoli, il valente ammiraglio fu accolto con grandi onori dal Governo provvisorio napoletano; elogi che furono espressi anche da Eleonora Pimentel de Fonseca, direttrice del periodico Monitore Napoletano, che lo descrisse “bravo come nautico, bravo come militare, più bravo come cittadino”.

Su pressione di amici e parenti, non nutrendo più fiducia nella Corona, che aveva servito fedelmente con dedizione e coraggio, l’ammiraglio decise di aderire alla Repubblica Partenopea, esclamando, al momento di assumere il comando della piccola flotta repubblicana: “Iddio mi è testimonio che solo l’amore della Patria mi induce a questo”.

Pur con una flotta di dimensioni ridotte, il duca dimostrò, ancora una volta, il proprio valore, nel maggio del 1799, nello scontro navale che avvenne nei pressi dell’isola di Procida contro le navi anglo/siciliane. Tuttavia, i rovesci dell’esercito francese in Italia, costrinsero lo stesso al ritiro dai territori napoletani, riconquistati nel frattempo dalla armata sanfedista comandata dal Cardinale Fabrizio Ruffo, fedele alla dinastia borbonica. Nonostante la strenua difesa della capitale, nei forti del Castel dell’Ovo, del Castel Nuovo e del Castel Sant’Elmo, le truppe repubblicane furono costrette, nel giugno del 1799, ad arrendersi alle truppe legittimiste.

Furono catturati e mandati a processo circa 8000 repubblicani di cui: 124 vennero mandati a morte, 6 furono graziati, 222 condannati all’ergastolo, 322 a pene minori, 288 alla deportazione e 67 all’esilio. Tra gli arrestati vi fu anche il Caracciolo che, catturato, fu tradotto in ceppi a Napoli, dove lo attendeva una Corte marziale, formata da ufficiali napoletani, che lo avrebbe giudicato con l’accusa di tradimento.

Il processo

Il processo all’ammiraglio napoletano fu fortemente voluto dal Nelson e dai reali napoletani che non perdonavano il sostegno dato dal militare napoletano ai repubblicani.

La Corte marziale, pur riconoscendo la colpevolezza del duca, dapprima lo condannò all’ergastolo, pena che, su pressione del comandante inglese, fu commutata, successivamente, in condanna a morte. L’acredine dell’ammiraglio britannico arrivò al punto da non concedere al Caracciolo neanche l’esecuzione per fucilazione.

Il 30 Giugno 1799 fu eseguita la pena capitale: impiccato al pennone della nave Minerva, il corpo del Caracciolo fu lasciato penzolare, quale monito per il popolo, e poi gettato in mare.
Secondo la leggenda, il corpo del Duca riaffiorò proprio al passaggio della nave inglese su cui era imbarcato il re Ferdinando, di ritorno a Napoli dopo l’esilio siciliano.

Il sovrano, turbato per l’accaduto, diede ordine di raccogliere le spoglie dell’ammiraglio, le quali, affidate ai pescatori del Borgo di Santa Lucia, furono cristianamente riposte nella Chiesa della Madonna della Catena.

Ancora oggi il nome del Caracciolo viene ricordato per le alte virtù marinaresche e per aver dato lustro alla città di Napoli.
Da napoletani, a noi piace immaginare l’Ammiraglio rimirare dall’attigua strada dedicatagli, immerso nei suoi pensieri, il Golfo e l’amato mare a cui legò la sua intera esistenza.

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