La Parlesia: l’affascinante linguaggio segreto dei musicisti napoletani

Arte e Cultura
Articolo di , 06 Dic 2020

 

La tradizione musicale partenopea è delle più prestigiose ed inestimabili. La città di Napoli viene, spesso, accostata alla mecca della musica di New Orleans, negli Stati Uniti. L’identità artistica e l’istrionismo ingegnoso condiviso dai musicisti napoletani, rende particolarmente immediato il paragone con i grandi Bluesmen del Delta. A Napoli la musica è una costante. La magia del capoluogo campano, in questo senso, sta nella sua capacità di renderla respirabile, tra i vicoli del centro storico e nei locali protagonisti delle rivoluzioni socioculturali partenopee, nate nel segno di uno spartito. La musica a Napoli ha attraversato diversi paradigmi. C’è stato un tempo in cui i musicisti o, per meglio dire, i musicanti napoletani, condividevano un affascinante linguaggio segreto, detto Parlesia, di cui in quest’articolo racconteremo la storia.

 

All’epoca, i musicanti erano considerati una popolazione di cui diffidare. Gente pericolosa, che seguiva uno stile di vita nomade, alla stregua di briganti e malavitosi. In effetti, Il Mezzogiorno dell’epoca era diviso tra eclettici musicisti di corte, che erano soliti frequentare i salotti borghesi, sfoggiando anni di studio accademico e personalità scapestrate e, a loro modo, estrose. Questa storia non vanta nomi famosi e, di rado, è stata oggetto dell’attenzione degli addetti ai lavori. Siamo a cavallo tra il XIX ed il XX Secolo e la Parlesia rappresenta il mezzo di identificazione fondamentale per tutti coloro che provenivano dalla medesima estrazione sociale.

La storia della Parlesia, il linguaggio segreto dei musicisti napoletani 

Nel periodo storico in cui la Parlesia era il principale mezzo di comunicazione per borseggiatori, scaricanti di porto e uomini di malaffare, i musicanti che ne elevarono la caratura storica si sono affermati, attraverso gli echi di intere generazioni, come dei volgari maestri, non solo di musica, ma soprattutto della vita di strada. La Parlesia è, essenzialmente, una versione riveduta e semplificata del dialetto napoletano. Sembrerebbe che alcuni termini dei linguaggio segreto dei musicisti meridionali affondassero le radici in termini antichi, mentre altri risultavano praticamente inventati.

 

La Parlesia è un linguaggio semplice, per cui impossibile da sbagliare. Il vocabolario della Parlesia consiste in pochi sostantivi e verbi. Fondamentale per chi ne faceva uso, il suffisso “-esia”, con cui i musicisti napoletani che la utilizzavano traducevano determinate parole. Sono due, invece, i verbi essenziali della Parlesia, “Appunire” (ciò che entra, indicando accezioni positive) e “Spunire” (Ciò che esce, con accezione negativa). Il linguaggio della Parlesia presenta poche parole e pochi argomenti, lo stretto necessario per poter socializzare e per riconoscere i propri “fratelli” in terre sconosciute.

La tradizione del linguaggio oggi 

La Parlesia vive a tutt’oggi, grazie alla passione dei giovani musicisti e, soprattutto, all’inestimabile bagaglio culturale degli artisti più navigati che annoverano il panorama partenopeo. A contribuire ampiamente alla memoria e all’importanza storica della Parlesia, la Wave di Pino Daniele, James Senese e Napoli Centrale. I massimi esponenti del Blues napoletano, infatti, fecero sì che la Parlesia assumesse un ruolo di spicco nelle loro opere e, soprattutto, nelle testimonianze più evocative di quel fervente panorama musicale. Comunque sia, la Parlesia giunge ai giorni nostri, non più come mezzo segreto per riconoscersi in un ambiente ostile; quanto piuttosto come un prodotto culturale, vitale per delineare un identikit dettagliato del variegatissimo paradigma musicale partenopeo. Oggi, la Parlesia è un simbolo di Napoli in musica ed un motivo d’orgoglio per i musicisti che ne tengono alta la memoria.

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