Palazzo Filomarino della Rocca: una storia all’insegna della cultura

Arte e Cultura
Articolo di , 30 Nov 2020

 

Al numero 12 di via Benetto Croce, si incontra il maestoso portale di un palazzo che oltre ad un antico passato può vantare anche di aver dato dimora, negli ultimi quarant’anni della sua fecondissima vita intellettuale, a uno degli umanisti più rinomati della storia partenopea: l’ideologo del liberalismo novecentesco italiano, Benedetto Croce. L’ultimo, dopo Giambattista Vico, a rendere questo palazzo un luogo di inarrivabile cultura.

Dal Rinascimento all’età moderna

Palazzo Filomarino della Rocca fu costruito all’inizio del XV secolo per volere di Giovanello, membro della nobile famiglia dei Brancaccio. La proprietà fu acquisita poi da Gerolamo Sanseverino, principe di Bisignano e, nel 1487, al figlio Bernardino che, come il padre, si ricorda per il suo impegno in congiure che tentavano di sovvertire la famiglia regnante aragonese. Dopo un periodo di prigionia, riuscì a fuggire in Francia presso la corte di Luigi XII.

 

Calmatesi le acque, nel 1507, fece ritorno in città accompagnato dalla moglie Eleonora Piccolomini, duchessa di Amalfi. Cinque anni più tardi, la coppia Sanseverino comprò parte dell’adiacente terreno appartenuto alla Repubblica di Venezia, ordinando di realizzarvi un porticato con loggiato su tutti e quattro i lati, tutt’oggi esistente.

 

La proprietà passò, poi, a Pier Antonio Sanverino che vi ospitò l’imperatore Carlo V di Spagna tra il 1535-36, ricevendo onori come nessuno per aver guidato vittoriosamente l’esercito del sovrano spagnolo contro i Francesi. Fu così che la famiglia dei Sanseverino si riavvicinò definitivamente a quella regnante.

 

Nel 1606, i dissidi tra i membri della famiglia per l’eredità si risolse con l’acquisto della proprietà da parte di Tommaso Filomarino, principe della Rocca. Come si dice: tra i due litiganti il terzo gode.

 

Durante la rivoluzione di Masaniello, l’edificio era di proprietà di Francesco Filomarino, considerato da tutti un amico del popolo. Per questo, i rivoluzionari vi si rifugiarono per sfuggire alle truppe spagnole, annidate nel vicino campanile di Santa Chiara, eleggendolo loro fortezza.

 

L’8 marzo 1648, l’esercito reale sparò dei colpi di cannone che abbatterono la parte superiore del palazzo e distrussero la vicina chiesa di Santa Marta. Nei decenni che seguirono furono quindi necessari dei lavori di restauro, durante i quali le sale del palazzo furono abbellite da una galleria di dipinti e una collezione privata di opere d’arte provenienti da tutto il mondo.

 

L’architetto Ferdinando Sanfelice, invece, realizzò il maestoso portale d’ingresso in piperno, caratterizzato da una strombatura verso l’interno e bugne a punta di diamante in marmo bianco, e lo scalone, anch’esso in piperno, che presenta una coppia di lesene bugnate sulle quali poggia un timpano spezzato con al centro una chiave con fregio.

 

Grazie all’interesse per la cultura di Giambattista Filomarino, il palazzo divenne, nel Settecento, teatro di numerosi incontri culturali, ai quali era solito partecipare anche Giambattista Vico, maestro del principe e curatore di conferenze sui principi della storia in quelle stesse sale, al quale fu affidato il compito di curare la raccolta delle liriche in onore delle nozze con Maria Vittoria Caracciolo, nel 1721. Il mecenatismo dei Filomarino continuò con Francesco, il figlio di Giambattista.

 

Dopo un ulteriore ampliamento realizzato nuovamente a scapito dei terreni della Repubblica di Venezia, la proprietà del palazzo rimase alla famiglia Filomarino fino alla fine dell’Ottocento, quando vennero aggiunti i balconi e un terzo piano.

 

Il Novecento di Benedetto Croce

A Palazzo Filomarino, acquistato infine da più condomini, vi si trasferì anche il filosofo napoletano Benedetto Croce, discepolo ideale di Giambattista Vico, agli inizi del Novecento. Qui abitò e lavorò fino alla sua morte nel 1952. Nel 1947, Croce fondò lì, con l’aiuto dell’umanista Raffaele Mattioli, l’Istituto Italiano per gli Studi Storici, la cui biblioteca venne arricchita da numerosi testi anche dopo la sua scomparsa.

 

Palazzo Filomarino divenne così un centro culturale non solo napoletano, ma anche italiano ed europeo, dove passarono i più grandi intellettuali della prima metà del Novecento, sia per incontrare Croce che per consultarne la biblioteca. L’allora fanciulla Elena Croce, ricorda così l’arrivo del senatore Giustino Fortunato nell’edificio:

Don Giustino, la cui presenza aveva qualcosa che allora avremmo potuto senza esitazione chiamare radioattività, saliva in genere le scale lanciando qualche invocazione deprecativa per qualche fatto realmente riprovevole, o laudativa per mio padre, da lui sempre trattato come un prediletto pupillo.

 

Il ricordo della vita di Benedetto Croce presso Palazzo Filomarino della Rocca è inciso nella lapide che, dopo la sua morte, la moglie Adele fece apporre ai piedi dello scalone in pietra.

 

Fonti:

  • Aurelio De Rose, I palazzi di Napoli, Newton & Compton, Roma, 2001.
  • Vincenzo Regina, Napoli Antica, Newton & Compton, Roma, 2016, p.80.
  • Elena  Croce, “Ricordi familiari”, in L’infanzia dorata e Ricordi familiari, Milano, Adelphi, 1985. P.125.

 

 

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