Pacche dinto all’acqua: vi siete mai chiesti da cosa deriva?
Sinonimo di bassa fortuna, sopratutto economica. Anche dietro questa espressione napoletana esiste un'accesa disputa dottrinale.
‘E pacche dinto all’acqua. In napoletano è sinonimo di bassa fortuna. E come tante, tantissime, espressioni del genere rimanda a problemi di natura economica.
“Chillo è fernuto co’ ‘e pacche dinto all’acqua” significa quello è finito in miseria.
Il popolo napoletano e la sua lingua, c’è poco da fare, sono estremamente concreti. Se passeggiate per le vie del centro, fate attenzione a cosa dice la gente per strada. Noterete che, tre volte su cinque, l’argomento principale sono il lavoro e i soldi.
Sì, perché quello napoletano è un popolo abituato ad arrangiarsi, a sopravvivere e spesso a trovare sempre il modo di ingegnarsi per mettere insieme il pranzo con la cena. Un popolo che, per necessità, ha una mentalità pragmatica, volta a guardare i problemi in maniera concreta.
Il popolo napoletano è abilissimo, però, a trasformare la concretezza in metafisica. Ed anche le espressioni più materialiste, diventano esse stesse manifestazione di poesia.
Peraltro perché l’acqua? In italiano stare con il sedere in acqua, rimanda anche a qualcosa di piacevole, magari una bella giornata passata al mare.
Allora perché in napoletano è appunto sinonimo di sfortuna e di miseria?
La colonna infame dei debitori insolventi
L’espressione ha una storia antica, legata a doppio filo con un’altra espressione di cui pure avete sicuramente sentito parlare: mannaggia ‘a culonna!
La colonna infame posta a Castel Capuano, a Porta Capuana, era il luogo dove i debitori insolventi fatti oggetto di scherno (forse un’antenata napoletana di quella che oggi chiameremmo gogna mediatica), venivano loro calate le braghe e investiti di secchiate d’acqua fredda.
Da qui, dunque, la locuzione “E’ juto a fernì co’ ‘è pacche dinto all’acqua”.
Lo sciavechiello
Ma non si ferma qui la nostra ricerca nei meandri della lingua napoletana, che vede un’altra disputa dottrinale fra questa teoria ed una seconda, relativa invece ad un metodo di pesca.
La sciabica in italiano, che in napoletano si trasforma in sciavechiello, una rete posta in mare dai pescatori e che si trainava a mano da un folto numero di persone sulla spiaggia. L’operazione richiedeva molta manodopera e soprattutto molta energia e fatica.
Lo sciavechiello era, come tante cose, un’espressione manifesta della società gerarchica e sociale. Le persone più abbienti e anche più anziane, quelli che se lo potevano permettere, diciamo così, rimanevano sulla spiaggia a tirare, lontano dal mare. Gli ultimi della scala sociale, i più giovani, i meno abbienti, allora dovevano necessariamente tirare lo sciavechiello stesso nell’acqua e soprattutto in inverno, questa pratica non doveva davvero essere una passeggiata di salute, con l’acqua fredda che arrivava fino alla vita.
Una piccola postilla: la fatica che derivava dal tirare lo sciavechiello è il motivo per cui, qualche napoletano che ancora ricorda questa pratica, potrà dire magari a chi appare stremato dallo sforzo di un lavoro che pare impossibile “me pare ca stai tiranno ‘o sciavechiello”.

