‘O figlio ‘e ‘ntrocchia : chi è colui degno di questa eloquente espressione?

Sveva Di Palma

Il nostro viaggio nelle espressioni napoletane continua con un colorito epiteto:  “figlio ‘e ‘ntrocchia“.

Ma cosa vuol dire? Da dove viene? Chi è questo ‘figlio ‘e ‘ntrocchia’? Cosa è , soprattutto, la ” ‘ntrocchia“?

 

Per molti di noi napoletani, l’accezione di questo termine ha pochi misteri ed un significato molto chiaro: parliamo di un ragazzoscetato“, sveglio.

 

In effetti, come ci fa notare il giurista diventato scrittore (e artista a tutto tondo) Raffaele Bracale nel suo Guagliunèra, l’espressione indica “… un giovinetto furbo, sveglio, pronto di mente e di azione”. E, ancora, ” capace di destare e l’ammirazione per la prontezza della sua mente, e – per contro – la preoccupazione per la prontezza delle sue azioni capaci di procurar danno”.

Insomma, il figlio di ndrocchia è un furbone, capace di cavarsela con scaltrezza in ogni situazione, ma anche un combinaguai.

 

Questo modo di essere è, in realtà, profondamente radicato nella cultura napoletana. È importante, per noi, la grande capacità di adattamento, di fare delle difficoltà un’opportunità, di approfittare della situazione. Sì definiscono, infatti, gli sfortunati meno “scetati” degli figli ‘e ntrocchia dei poveri “Chiò chiò“, dei “fessi” o dei “turzi“. Nessun appellativo che vorremmo fosse usato per definire noi, questo è poco ma sicuro.

 

Ma chi è esattamente questa famosa – o famigerata –  ‘ntrocchia?

Senza dubbio, tutte le fonti esperte sulla fraseologia del napoletano popolare, concordano che il significato sia univoco e chiaro: la ‘ntrocchia è una prostituta.

 

Ma allora perché in nessun altro detto popolare, o nel napoletano corrente, è presente questa parola? E qual è la sua origine?

Corre a nostro soccorso, ancora, lo studioso Raffaele Bracale. Lo squarcio culturale e linguistico da lui aperto, nello spazio e nel tempo, ci fa intendere davvero quanto talvolta le cose cambino poco o quasi per nulla, nonostante il passare dei secoli.

 

Le prostitute sono dette, infatti, anche ‘lucciole’, in riferimento alle caratteristiche fiammelle (o fiaccole)  che ne contraddistinguono la presenza nelle fredde serate di inverno. Bracale fa risalire questa pratica ad un tempo lontanissimo, ovvero l’Antica Roma. La fiaccola, in latino, era chiamata antorca o con il diminutivo di antorcula. Tra queste due parole sarebbe, pian piano, avvenuta una sorta di crasi o metatesi: così abbiamo antorcla.

 

Nell’evoluzione linguistica di parole come “macula” la cl  è divenuta -cchi. Macula diventa quindi macchia. Anche nel caso di antorcla la l si sarebbe trasformata in – cchia.

Da antorcla ad antrocchia ed infine alla nostra ‘ntrocchia è un attimo.

 

E quindi, il nostro ragazzo “scetato” non è altro che un figlio di lucciola. 

Niente di così terribile, in fondo.

 



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