I Nu Genea hanno lasciato Napoli? Con People Of The Moon cambia la frequenza
Nel nuovo album People Of The Moon, il duo napoletano sposta il baricentro del proprio suono: più lingue, rotte e contaminazioni. Ma Napoli c'è ancora.
Li avevamo lasciati quattro anni fa al Bar Mediterraneo, tra richiami partenopei, ritmi caldi e quella capacità rara di trasformare il Sud in una lingua musicale universale. Con quel disco, i Nu Genea avevano costruito un immaginario riconoscibile: Napoli, certo, ma anche il Mediterraneo come spazio aperto attraversato da suoni e contaminazioni. Con People Of The Moon, il nuovo album del duo parenopeo composto da Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, qualcosa è cambiato. Non necessariamente in termini di qualità o di ambizione, ma di prospettiva. Il viaggio non sembra partire più da Napoli per raccontare il mondo. Sembra quasi fare il percorso inverso: esplora il mondo, ambisce ad arrivare alla luna, attraversa lingue e geografie diverse, e solo a tratti lascia riemergere Napoli.
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Una Napoli meno palese, ma non per questo assente
La domanda, allora, nasce spontanea: i Nu Genea hanno lasciato Napoli? Oppure hanno semplicemente scelto di non metterla più al centro della scena? Il punto non è secondario, soprattutto per un progetto che proprio dalla rilettura della napoletanità ha costruito una parte importante della propria identità artistica. Con Nuova Napoli, il legame con la città era dichiarato fin dal titolo: Napoli era materia viva, archivio sonoro, immaginario popolare, ma anche laboratorio futuribile. Con Bar Mediterraneo, quel centro iniziava già ad allargarsi: Napoli restava una delle bussole, ma dentro un paesaggio più ampio, fatto di rotte mediterranee, funk, disco, afrobeat, richiami nordafricani e suggestioni siciliane.
In People Of The Moon, invece, il baricentro si sposta ancora. Il disco guarda più lontano, forse più in alto. La luna del titolo non è solo una destinazione poetica, ma un altrove simbolico: uno spazio in cui liberarsi da confini troppo stretti, da appartenenze obbligate. Nel nuovo album convivono napoletano, arabo, inglese, spagnolo e portoghese. Le lingue diventano parte della struttura musicale. Entrano nel ritmo, nella cadenza, nel movimento dei brani. Sono strumenti, prima ancora che messaggi.
La napoletanità dei Nu Genea cambia forma
Il napoletano, in People Of The Moon, c’è. Ma non occupa più necessariamente il centro narrativo del disco: diventa materia sonora. Lo hanno spiegato gli stessi Nu Genea in un’intervista a Rockol: “Il napoletano alla fine c’è”, ma viene usato soprattutto come elemento “ritmico-linguistico”, quasi fosse uno strumento. È una dichiarazione importante, perché sposta il discorso dalla rappresentazione all’uso musicale della lingua. In altre parole: il napoletano non serve soltanto a dire “Napoli”. Serve a far muovere il brano. A costruire groove.
I Nu Genea, nel nuovo lavoro, liberano almeno in parte la lingua napoletana dalla sua funzione identitaria più evidente. Non la mettono in vetrina, ma la inseriscono nella macchina ritmica del disco. È una scelta che può spiazzare. Chi cercava una nuova Nuova Napoli potrebbe avvertire una distanza. Chi aveva amato il calore immediato di Bar Mediterraneo potrebbe trovare in People Of The Moon un lavoro più sospeso.
Dopo aver contribuito a rendere Napoli un linguaggio esportabile, riconoscibile e contemporaneo, i Nu Genea sembrano provare a evitare il rischio opposto: trasformare quella stessa napoletanità in formula. Ripeterla fino a farla diventare marchio. Renderla immediatamente riconoscibile, ma forse meno viva.
Napoli non sparisce, cambia frequenza
Non bisogna chiedersi se i Nu Genea abbiano lasciato Napoli. Bisogna chiedersi quanto Napoli debba restare visibile perché la si possa ancora sentire. In People Of The Moon, Napoli non è un centro emotivo dichiarato. Eppure continua a lavorare sotto la superficie. Napoli non sparisce. Cambia frequenza. Non viene più soltanto raccontata: viene suonata.

