Nisida come un’eterna bambina: storie e leggende dell’isoletta su cui si affaccia Posillipo

Le acque che circondano l’isoletta di Nisida sono le stesse verso cui si affaccia la verde collina di Posillipo, la quale da sempre è collegata a Nisida, attraverso una serie di storie e leggende napoletane.

Arte e Cultura
Articolo di , 30 Gen 2024
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Di origine vulcanica, l’isoletta di Nisida fa parte dei Campi Flegrei e si presenta come un cratere che per una parte è riempito dalle acque. Le acque che la circondano sono le stesse verso cui si affaccia la verde collina di Posillipo, la quale da sempre è collegata a Nisida, attraverso una serie di storie e leggende napoletane. E intanto, la stessa Nisida – antica e selvaggia – resta legata alla terraferma, come un’eterna bambina che si tiene stretta alla gonna della madre.

L’isola di Nisida: “luogo di delizie” ma anche di reclusione

Nisida in principio era una ninfa dal nome dolce. In “Storie e leggende napoletane”, lo scrittore descrive immediatamente l’immagine che si offre alla sua vista (e alla vista di un qualsiasi osservatore del tempo) che, “venendo da Napoli per la via nuova di Posillipo, di dietro all’alta collina tufacea crestata di elci e di querce” scorge “il primo lembo della verde isoletta”. Alla vista di questa isola “piccola e snella”, avvolta dal cielo e dal mare, si prova come una sensazione di tenerezza, come quando ci si imbatte nello sguardo leggero di un bambino.

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Gli antichi la chiamavano “Nesís” (che dal greco si traduce appunto in “piccola isola”) e ne celebravano la vegetazione rigogliosa, la popolazione di conigli che vi abitava e gli asparagi saporiti che qui si coltivavano. Sempre in “Storie e leggende napoletane” di Croce leggiamo che su questa isoletta, al tempo dell’antica repubblica romana, Bruto vi costruì la sua residenza estiva, e proprio qui intratteneva colloqui con Cicerone e fu decisa la congiura contro Giulio Cesare. Sempre sull’isola ebbe luogo il suicidio di Porzia, figlia di Catone e vedova di Bruto.

Nel medioevo Nisida perse il proprio nome greco e divenne proprietà della Chiesa di Napoli che vi fece sorgere il monastero di Sant’Arcangelo. Il nome antico dell’isola ricomparve nel Quattrocento e tornarono a essere decantati i conigli e le lepri. La Chiesa di Napoli solo nel 1553 vendette l’isola a Giovanni Piccolomini, che divenne duca d’Amalfi, e che era poi il figlio di Giovanna D’Aragona (la duchessa alla quale si collegano altre famose vicende). Ma tornando a Piccolomini, questi a Nisida costruì, proprio nel punto più alto dell’isola, un castello che divenne il luogo di incontro della “società elegante di Napoli”, perfetto per sollazzarsi e passare il tempo.

Rivenduta più volte nel Cinquecento, Nisida arrivò nelle mani di un certo Vincenzo Macedonio, presidente della Real Camera e marchese di Roggiano, che ne ebbe estrema cura e riscoprì qui l’eredità di asparagi e erbe selvatiche celebrati dagli antichi, non trovandovi però la popolazione di conigli che una caccia intensa aveva fatto scomparire. Benedetto Croce la descrive perciò come “luogo di delizie”, ma nello stesso tempo era anche “nido di delitti” perché su quest’isola, data la posizione isolata, vi approdavano i pirati barbareschi.

Se per la peste – nel 1624 – il viceré duca di Alba spostò il lazzaretto dalla spiaggia di Posillipo collocandolo su uno scoglio tra la collina e Nisida, durante poi la sollevazione napoletana del 1647-48, l’isola ebbe un ruolo importante. Fu comprata, infine, nella seconda metà del Seicento, dal magistrato Domenico Astuto e passò in eredità alla famiglia Petroni, alla quale rimase per un secolo e mezzo. Solo agli inizi dell’Ottocento Nisida si svincolò dal possesso privato per essere recuperata dal re Gioacchino Murat (marito di Carolina Bonaparte) nel 1814, il quale riaprì il Lazzaretto e ridiede il via alla caccia dei conigli. Arriviamo così ai Borbone, che fecero costruire nel castello di Piccolomini l’ergastolo in cui finirono molti prigionieri politici.

Benedetto Croce, nel suo libro sulle leggende napoletane, chiude infine la rassegna delle proprietà dell’isola con una breve storia. Racconta di passare, insieme a un amico, davanti allo scoglio del lazzaretto ormai abbandonato, di vedere apparire la chiesetta, la caserma, l’ergastolo e poi la vecchia conigliera che era ormai diventata un magazzino. Dirigendosi verso l’ergastolo, lo scrittore percorre strade circondate da olivi, pini e vigne, fino a ritrovarsi solo di fronte alle mura della prigione di Nisida, un luogo di reclusione che contava oltre ottocento prigionieri (destinati ad aumentare).

Ridiscende allora verso il porto per riprendere la barca e ritornare a terra, e constatare con tanta amarezza che, in quel luogo in cui tempi addietro giungevano gli innamorati, su quell’isola che prende il nome dalla ninfa amata da Giove e Posillipo, non esiste più poesia:

“L’isoletta ha smarrito ogni vaghezza; la ninfa Nisida è fuggita, Giove e Pausilipo non più la inseguono”.

La leggenda di Nisida di Matilde Serao e l’amore disperato del giovane Posillipo

La leggenda di Nisida – di Matilde Serao – è la storia di un amore non corrisposto. I protagonisti sono un giovane amato da tutti, Posillipo, e una donna dal cuore duro e glaciale di nome Nisida. I due furono destinati a vivere per sempre uno di fronte all’altro senza potersi incontrare davvero e, da questo non-lieto-fine, nacque un promontorio e un’isoletta che portano i nomi dei due giovani.

Fu Posillipo a gettarsi in mare perché non sopportava che la bellissima ma insensibile fanciulla di campagna Nisida non corrispondesse l’amore intenso del giovane, ma fu il fato a cambiare le sorti dei due: Pausilypon” si trasformò nella collina che “fa cessare il dolore”, mentre la piccola isola di “Nesís” divenne nella storia luogo di prigionia.

E ancora terra di Ciclopi e, oggi, di rieducazione: una Nisida inaccessibile, antica e selvaggia

E se Nisida fosse anche il luogo in cui approdò Ulisse prima di salire alla grotta del gigante Polifemo? Molti studiosi concordano sul fatto che l’eroe omerico sbarcò sulle rive di quest’isola per risalire verso la grotta di Seiano, dove incontrò il ciclope che tutti conosciamo dalla mitologia greca.

Terra dei Ciclopi, ma anche “isoletta delle capre”, cantata da Edoardo Bennato e ripresa nel nome della protagonista di Alexandre Dumas ne i “Due delitti celebri”, oggi – come al tempo dei Murat – è luogo di reclusione perché qui si colloca la sede del carcere minorile.

Ad essa oggi non si può più accedere per visitarla, nonostante quel pontile che la collega alla terraferma e che fa quasi venire il dubbio che si possa davvero chiamare isola. E forse è anche per questo che l’inaccessibile Nisida conserva il suo fascino antico e selvaggio, ma quindi anche una sorta dipendenza dalla terraferma, proprio come quella di una bambina dalla propria madre.

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