Napoli e le sue pittrici: le tre donne dell’arte nascosta

Sveva Di Palma

 

Napoli città d’arte: meravigliosa, culturale, immaginifica. Di artisti napoletani sono pieni i libri,  manuali, musei. Ma siamo sicuri che la mano artistica di Napoli sia solo maschile? Ecco la proposta di scavare nell’arte nascosta : questa è la storia di Napoli e le sue pittrici.

 

La bellezza di una storia scritta dagli uomini è quella della scoperta: quante grandi donne sconosciute possiamo studiare, conoscere, immaginare. Quella di Napoli e le sue pittrici è una scoperta lenta, intrigante. E Napoli, la città dei sincretismi, dei crocevia, ha sempre dato una possibilità al diverso, all’inusuale. Una donna pittrice – a meno che non sia Artemisia Gentileschi – raramente viene citata o riconosciuta. Romana di nascita e napoletana d’adozione, Artemisia non sarà tra le protagoniste di questa ricerca.

 

Qui scopriremo l’agire, il costruire, il creare di tre pittrici di Napoli.

La dimensione spesso romanzata delle vite di queste pittrici lascia comprendere quanto fosse difficile per loro trovare una dimensione propria, che le riconoscesse in quanto individui e non mere favole.  Pochissime opere vengono loro attribuite ufficialmente e sono talvolta conosciute per la loro bellezza o i loro amori. Il talento, forse, visto come una qualità aggiuntiva ,ma non fondante.

 

Mariagioia Criscuolo

Partiamo da lontano, dal ‘500, in cui troviamo per primo il nome di  Mariagioia Criscuolo.  Figlia d’ arte, ovvero del pittore Gustavo Filippo Criscuolo, fu educata in casa e pare fosse dietro molti dipinti del padre. La sua biografia appare misteriosa, più una storia fatta ad arte da un narratore fantasioso ed abile che una storia di vita vissuta.

Mariagioia appare quasi irreale: cortese e morigerata, ma al contempo pratica della musica, eccellente ritrattista e donna di casa. Quasi troppo bella per essere vera.

Luisa Capomazza

Parliamo ancora di Luisa Capomazza, suora che fu, a detta di Bernardo De Dominici, sua allieva. Straordinariamente bella, pare si trascurasse per non attirare l’attenzione maschile : il suo unico scopo era dipingere. Pur di rifuggire le attenzioni degli uomini, decise di prendere i voti. I suoi soggetti erano principalmente religiosi, ma nessun dipinto è sopravvissuto.

 

Annella di Massimo

Altrettanto affascinante e morigerata ma ben più determinata, troviamo “Dianella” ovvero Diana De Rosa.  Dianella è l’unica tra le donne citate ad essere passata alla storia, probabilmente in quanto allieva di Massimo Stanzione.  Ambiziosa e tenace, Diana non si accontentava di lavorare per committenti privati. Diana voleva che il suo operato fosse pubblico. Lo scopo era mostrare che anche la donna poteva eccellere nell’ arte.   Stanzione le procurò, dunque, una commissione nella chiesa della Pietà dei Turchini.

Sul soffitto della chiesa, Diana dipinse una Morte della Vergine così bella da essere attribuita a Stanzione stesso. La  Madonna del latte nella Chiesa di Monte Oliveto di Napoli e un Giovanni Battista con agnello sono altre opere di Diana. Come negli altri casi, anche qui dobbiamo accontentarci di immaginare: anche i dipinti di Dianella sono andati distrutti. Diana sposò il pittore Agostino Beltrano, allievo anch’egli di Stanzione. I due si conobbero proprio nella bottega del maestro napoletano.

 

Le note del de Dominici, come già accennato “romanzate”, narrano persino di un ipotetico omicidio. Un omicidio passionale: Agostino sarebbe stato geloso del rapporto tra la moglie e Stanzione. La prospettiva è fantasiosa ma non improbabile: il rispetto e la complicità fra i due artisti erano infatti famosi.

 

Il grande Maestro era infatuato della bellezza e dal talento della giovane Diana. Le fattezze della pittrice sono catturate dal bel ritratto di Andrea Vaccaro. Attualmente, l’opera appartiene ad una collezione privata napoletana e vale anche svariate migliaia di euro. Gli storici, tuttavia, credono che la storia del delirio rabbioso del Beltrano sia solo una diceria. Diana sarebbe morta, giovanissima, di malattia nel 1643.

 

Diana De Rosa, Dianella o – come la chiamavano in molti – Annella fu sicuramente una delle pittrici più importanti e rivoluzionarie del Seicento. “Annella di Massimo” (sì, in riferimento a Stanzione), è anche una strada del Vomero, quella a noi conosciuta come “strada di Antignano” : parte da via Gino Doria e porta dritto nel mercatino.

 

Sarebbe bello poter conoscere ancora di più di queste donne napoletane, depositarie di una eredità così profonda, importante, antesignana. Per ora, questa è la breve storia di Napoli e le sue pittrici. Pioniere, femministe, guerriere.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caricando...
Menu