NAPOLI, CAPITALE DELLE ANTICHE SUPERSTIZIONI

Grande Napoli

Le suggestive e molteplici superstizioni partenopee affondano le proprie radici nelle miserie e sventure che colpirono la città  nel 1872. Ma cosa s’intende davvero per superstizione? Secondo l’oratore romano Cicerone i superstiziosi erano coloro che, attraverso l’ausilio di preghiere, voti e sacrifici si rivolgevano alle divinità  per salvarsi.

La superstizione, quindi, può ritenersi, più nello specifico, come una credenza irrazionale secondo cui diversi oggetti o comportamenti possano influenzare la maggior parte degli eventi futuri. Il malocchio, consistente nella capacità  di procurare, volontariamente o meno, danni a persone o cose attraverso una sorta di energia negativa e gettata,è una “tradizione” che nasce a Napoli intorno al XVIII secolo. Secondo la leggenda re Ferdinando IV, non sapendo della cattiva fama dell’archeologo De Iorio, lo invitò a corte, felice di poter ricevere un personaggio di tanta illustre fama. Non fece in tempo a parlargli. Morì il giorno successivo.

Da allora, si racconta, che già  iniziarono a sorgere i primi amuleti come il ferro di cavallo, il gobbetto, la corona d’aglio, ma, soprattutto, il corno. Quest’ultimo è l’accessorio più presente nelle case partenopee. Secondo l’antica tradizione per poter essere efficace deve essere non solo fatto a mano, ma anche duro, vuoto, ricurvo e a punta. La superstizione, inoltre, affonda le sue radici anche nella smorfia e, quindi, nel gioco del lotto. I vari numeri, quindi, sono collegati ai fatti straordinari verificatisi o al sogno fato la notte innanzi. Insomma, per la serie: “aglio, fravaglie, fatture can un quaglie, corna, bicorna, cape ” e alice e cape d’aglio”.

Maria Anna Filosa



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