La monachina, la storia del dolce napoletano di origine monacale

La monachina è un antico dolce napoletano di pasta sfoglia con ripieno di crema pasticcera e confettura di amarene. Nacque nel 700 nell'ambiente monacale. Scopriamo di più sulla storia!

Cucina
Articolo di , 21 Ott 2021
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Già dalle prime ore del mattino, lungo le vie di Napoli è possibile sentire e farsi travolgere dal dolce odore proveniente dai panifici e dai laboratori delle pasticcerie. La città partenopea vanta una florida tradizione gastronomica anche nell’ambito dolciario. Vi sono dolci e prodotti da forno molto commerciali che si sono ormai diffusi in tutto il mondo, mentre altri restano invece desueti e difficili da trovare. Sono, di conseguenza, delle specialità tipiche del posto che si possono degustare soltanto presso gli storici locali partenopei. Un esempio lampante di dolce napoletano è la monachina. Scopriamo insieme la sua storia!

La storia della monachina

La monachina, come numerosi dolci e piatti tipici della città metropolitana, vanta origini antichissime di stampo religioso e monastico. Di fatto, è un dolce di pasta sfoglia con ripieno di crema pasticceria e topping di amarene risalente al 1700. Venne inventata e realizzata per la prima volta nel Monastero delle Trentatrè. Si tratta di un convento delle Clarisse Cappuccine situato nel cuore pulsante della città partenopea, ossia sul decumano Superiore. Il nome del monastero sta ad indicare, probabilmente, il numero di monache che ospitava al suo interno. Furono stesse le Clarisse Cappuccine a divulgare sia per via orale sia per via scritta la ricetta di questo fragrante dolce che sembra essere l’antenato della sfogliatella riccia.

Il poeta, saggista e drammaturgo napoletano Salvatore Di Giacomo, infatti, riuscì ad entrare in possesso di uno scritto di una monaca che ne spiegò la ricetta: “Prendi il sciore – si può leggere nella nota – e mettilo sopra il tagliero nella quantità di rotolo mezzo. Mettici un pocorillo d’insogna e faticalo come un facchino. Doppo stendi la tela che n’e riuscita e fanne come se fosse una bella pettola. In mezzo alla pettola mettici un quarto d’insogna ancora, e spiega a scialle, 4 volte d’estate; 6 volte d’inverno. Tagliane tanti pezzi, passaci il laganaturo e dentro mettici crema e cioccolata o se più ti piace ricotta di Castelllammare”.

E la spiegazione della monaca continuò così: “Se ci metti un odore di vaniglia o pure acqua di fiori e qualche pocorillo di cedro, fa cosa santa. Fatta la sfogliata, lasciala mezza aperta e mezza ‘nchiusa da una parte e dove lì scorre la crema facci sette occhi piangenti con sette amarene o pezzulli di percocata. Manda tutto al forno, fa cuocere lento, mangia caldo e alliccate le dita”.

Ad oggi, ormai, la ricetta si è consolidata ma ha anche subito qualche variazione. Le pasticcerie, per adeguare le monachine ai gusti di tutti i clienti, hanno iniziato a farcirle anche con creme diverse da quella pasticciera. Le si possono trovare di ogni gusto: al cioccolato fondente, al cioccolato bianco, alla marmellata e perfino al pistacchio. Le monachine sono perfette per la colazione ma anche per una merenda in perfetto stile street food per le vie antiche di Napoli.

Foto di copertina tratta da ricettedalmondo.it

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