La mia Napoli da lasciare o perdonare…

Grande Napoli
La mia Napoli da lasciare o perdonare…
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Lasciare Napoli alla fine è solo questione di scegliere tra andarsene e pensarci spesso, oppure restare e passare tutta la vita a perdonarla.

Invece il resto della città – dici a te stesso — non ti mancherà. E Napoli in effetti non ti manca, perché la verità è che vorresti mancare tu a lei. È uno di quegli amori sgraziati con uno dei due che vuole tutto mentre l’altro si tiene lontano per prudenza, con nessuna intenzione di ricambiare. «C’è qualcosa in questa terra che resta come una matrice unica», la sentenza è di Mario Martone in un’intervista rilasciata a Natascia Festa sul Corriere del Mezzogiorno di sabato scorso.

 Lasciare Napoli significa cominciare a odiarla da lontano. Quando sarai per strade di città più civili da abitare, dove sono capaci disegnare le facciate dei palazzi, posti in cui le case non sono un’eterna inquietudine di corrosi mattoni, un voltarsi e rivoltarsi di muri ammalati, inizierai anche a dirti «Napoli non era poi così bella».

E insieme a quello che ha di insopportabile questa città, rinuncerai a spiegare cos’ha di insostituibile: perché come pensi di convincere chi vive da un’altra parte che la primavera qui è una cosa che si vede già a dicembre? Quali parole troverai per descrivere cosa succede a giugno, quando Napoli si apre al sole come l’anguria spaccata? Lasciare Napoli alla fine è solo questione di scegliere tra andarsene e pensarci spesso, oppure restare e passare tutta la vita a perdonarla.

Cosa vuol dire l’ha raccontato Elena Ferrante nella Storia del Nuovo Cognome. Lenù parte per Pisa a studiare e cerca di dimenticare Nino Sarratore leggendo libri di letteratura. Incontra un bravo ragazzo e siccome è disperata si costringe a pensare che per vivere felici può bastare anche solo la serenità. Poi però conclude: «Con grande rammarico, non ce la feci a innamorarmi». E torna da Nino. Lasciare Napoli è una guerra inutile. perché Napoli ogni tanto ti rivuole, ma solo per tradirti un’altra volta.



Comments to La mia Napoli da lasciare o perdonare…

  • molti napoletani sono costretti a vedere la propria città da lontano per esigenze diverse.Vedono napoli da lontano, ma la sentono vicina, la amano, conservano nella mente e nel cuore i ricordi deigiorni trascorsi in città, gli amori, le amicizie, i giochi, le paure e le difficoltà.Ma cosa lega chi è lontano da napoli alla città?
    Innanzitutto le sfumature uniche del suo vivere quotidiano. Napoli è forse l’unica città dove convivono religione e superstizione, amuleti scaramantici e figure di santi, sacro e profano.
    Il legame esiste perchè napoli è terra di poesia: il suo golfo abbraccia le sue tre figlie Capri,Ischia, Procida e un vulcano suggestivo all’interno del quale ribolle minacciosa la lava.
    Il legame è dovuto alla sua lingua capace di comunicare gli stati di animo del popolo che ha sofferto, gioito e si è opposto alle ingiustizie subite nel corso delle vicende storiche avvenute nel passato. Il legame che si crea tra la città e i napoletani è anche dovuto alla tradizione della sua cucina e alle ricette tramandate con cure dalle madri alle figlie. La storia, le tradizioni, i riti e la poesia a napoli appartengono al popolo che avverte la nostalgia di casa quando si trova altrove, percepisce più di ogni altro la lontananza dalla propria terra di orogine in virtù delle sue insostituibili bellezze, usanze, tradizioni tali da rendere la città unica nel suo genere. Tante sono le canzoni che in passato hanno raccontato il sentimento di nostalgia dell’emigrante napoletano. Santa Lucia luntana descrive il sentimento di tristezza dei viaggiatori napoletani che guardano la città rimpicciolirsi ai loro occhi. Lacrime napulitane tratta del tema dell’allontanamento dai propri luoghi che viene interpretato con un canto addolorato e malinconico.
    “”Se gira ‘o munno sano, se va a cercà fortuna, ma quanno spunta ‘a luna luntano a napule non se pò sta””
    “”E nce ne costa lacrime st’America a nuje napulitane. Pe nuje ca ce chiagnimme ‘o cielo ‘e napule comm’è amaro stu ppane””
    Basta affacciarsi dalla balaustra di san martino e porgere l’orecchio in direzione della città per sentire vicino il ritmo fluente di vita del suo popolo, l’attività dinamica del suo movimento quotidiano che riempie l’aria di voci, di urla, suoni che fanno di napoli un palcoscenico d’arte conservatore di uno spettacolo vivente. Grazie

    ottavio amodio 18 dicembre 2016 9:09 Rispondi

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