Meglio rummore ‘e catene, ca rummore ‘e campane: un particolare detto napoletano
Alla scoperta di "meglio rummore e catene, ca rummore e campane"
La lingua napoletana è l’emblema della città napoletana, nonchè l’esteriorizzazione della sua anima.
Difatti, la lingua in questione, la quale è considerata come più di un dialetto, è diversificata e rigogliosa proprio come la terra di Partenope.
Tutto ciò che è successo e che succede nel capoluogo campano, che riguardi l’ambito storico, quello culturale, quello di costume e quello quotidiano, infatti, confluisce in maniera diretta e mirata all’interno del contenitore semantico regionale, esprimendosi mediante vocaboli peculiari. Questi ultimi risultano inscindibili dalla zona del Mezzogiorno, poiché impregnati di napoletanità.
E tali lemmi si incontrano e si incrociano tra loro, una volta in un modo, una volta in un altro, dando vita a dei modi di dire, a delle espressioni e a dei detti che vengono usati quotidianamente dai cittadini e che sono così numerosi da coprire ogni circostanza della vita degli esseri umani.
La spiegazione di ogni accadimento terrestre ha a sua disposizione un copioso numero di frasi napoletane pronunciate e ripetute negli anni, divenute dei mantra comprensibili solo per chi ne conosce la giusta chiave di lettura.
Tra questi accorpamenti di parole, ce n’è uno in particolare: Meglio rummore ‘e catene, ca rummore ‘e campane.
Meglio rummore ‘e catene, ca rummore ‘e campane
Meglio rummore e catene, ca rummore e campane è un’espressione alquanto datata, ma che tutt’oggi riecheggia nei vicoli delle città. La frase completa equivale a Meglio a sentì rummore ‘e catene che rummore ‘e campane. La traduzione letterale è: meglio sentire rumore di catene che rumore di campane.
Le catene, in questo caso, sono figurative e servono a indicare il carcere. Le campane, invece, richiamano alla memoria una Chiesa. La Chiesa riporta alla mente le messe e i riti che ivi vengono celebrati, tra cui figurano quelli dei funerali.
E la frase si riallaccia spesso a questi ultimi, sottendendo che è meglio essere in carcere che sotto terra. E pare che fosse utilizzata per concedere una sorta di conforto ai familiari dei carcerati. Utilizzo che poi è stato esteso, con le catene che diventano simboliche di ogni legame troppo stretto.
Tra le celebrazioni cattoliche è presente anche quella del matrimonio. In questa accezione della frase, si vuole lasciar intendere che il carcere è meglio del matrimonio, mettendo in correlazione i due.

