Maria D’Avalos: una storia d’amore e morte nel cuore di Napoli

Annunziata Buggio
Maria D’Avalos: una storia d’amore e morte nel cuore di Napoli
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La storia d’amore di Maria D’Avalos e di Fabrizio Carafa è probabilmente una delle più struggenti storie d’amore di tutti i tempi. Ancora oggi, si dice, i loro fantasmi animano le vie del centro storico.

1590. Le mura di Palazzo Sansevero sono testimoni di un’orribile tragedia: l’assassinio della bellissima Principessa Maria D’Avalos e del suo amante il Duca D’Andria Fabrizio Carafa.

Per risalire alle cronache del tempo, dobbiamo fare un passo indietro e ricostruire la vita coniugale di Maria D’Avalos con il suo consorte, il cugino Principe Carlo Gesualdo.
Entrambi di stirpe reale, lei di ramo spagnolo e lui di rame napoletano, convolano a nozze il 28 maggio del 1586 su dispensa del Papa Sisto V nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli.
Carlo Gesualdo noto come Gesualdo da Venosa era un’eccellente compositore italiano di musica sacra e madrigali, attualmente riconosciuto come maestro, ha ispirato le più ardite composizioni dei musicisti del suo tempo e dei cantautori attuali.
Maria D’Avalos donna di incredibile bellezza, aveva sposato suo cugino in terze nozze: rimase vedova dalle prime nozze con Federico Carafa, e vedova anche dalle seconde con Alfonso Gioieni, perdendo in disgrazia anche i figli avuti dai due precedenti sposalizi.
Forse il matrimonio non le addiceva o meglio il destino aveva forgiato per lei, anziché il ruolo di moglie quello di un’ amante appassionata.

Il marito e l’amante

I due sposi andarono ad abitare a Palazzo Sansevero (Palazzo di Sangro) in Piazza San Domenico Maggiore, e dalla loro unione nacque un figlio, Emanuele. Il matrimonio proseguiva all’apparenza sereno, ma dopo quattro anni qualcosa mutò: Maria non negava pubblicamente il fatto che suo marito fosse poco attraente, privo di interessi e ossessivo nei modi, cominciò ad odiare lui e la sua musica, allontanandosi man mano dall’uomo per sentirsi attratta dal nuovo.
Durante una festa aristocratica della nobiltà napoletana, le fu presentato il Duca Fabrizio Carafa, di nobile famiglia illustre, conosciuto con l’appellativo l’Arcangelo dato l’enorme fascino e avvenenza che emanava, sposato con la nobildonna Maria Carafa da cui ebbe quattro figli.
Tra i due scoppiò una scintilla di passione prepotente a prima vista e nel giro di poco fra scuse fugaci, divennero amanti; dapprima si incontravano di nascosto alle feste per poi finire nelle stanze private della principessa, e scambiarsi ore di intensa intimità.
Maria aveva trovato l’amore che sognava da tempo ma lontano da una normale relazione, questa, si presentava come un fuoco pericoloso.

L’intrigo e la vendetta

Le voci della loro relazione cominciare a prendere forma in tutti gli ambienti napoletani, dal popolo alla nobiltà, bisbiglii, sussurri e smorfie circolavano senza pudore.
Don Gesualdo, dapprima piombò nei suoi silenzi, non volendo credere a tutte quelle calunnie che circolavano intorno; componeva struggenti melodie dedicate alla moglie, nella speranza di un ritorno. Ma aveva già intuito il peggio, ovvero il timore di un tradimento.
Un giorno quelle lingue furono troppo ardite e informarono della tresca amorosa al marito.
Le testimonianze dell’epoca sono contrastanti sulla vicenda: si presume che fosse stato lo zio del principe, don Giulio Gesualdo o il segretario gesuita deforme detto o’ prevetariello, a spifferare il tutto, forse perchè invaghiti di Maria e rifiutati più volte dalla donna, covavano sete di vendetta.
I due amanti avvisati del pericolo che stavano correndo, decisero per un pò di non incontrasi neanche in pubblico, limitandosi ad inviare lettere appassionate. Ma il distacco li stava consumando: Maria esortava l’uomo ad avere coraggio e ad affrontare la situazione minacciando di troncare la relazione. Fabrizio da parte sua era disposto a morire per la sua amata purché avrebbe lasciato su due piedi quell’uomo, di cui invidiava esserne il marito.

Una sera, Don Gesualdo comincia a coltivare l’idea di vendetta anche se il pensiero lo terrorizzava, colto dal sospetto del tradimento; e qui la vicenda diventa un pò confusa.

A notte fonda, finse di partire per recarsi a caccia nel parco degli Astroni; si presume che egli si sia nascosto in attesa dell’arrivo di Fabrizio e che sia entrato poi con violenza nel palazzo, ed insieme ad alcuni servitori muniti di spade archibugi, alabarde e solo allora, avrebbe messo in atto la vendetta.
Giunto davanti alla camera da letto (nella speranza di trovarla sola) spalancando la porta, vide i due amanti avviluppati l’uno nell’altra e pazzo di gelosia, prese un pugnale e cominciò a colpirli con brutalità fino a sfinirli a morte. Altre cronache presumono che siano stati i suoi sicari ad uccidere gli manati e non lui di prima persona.
L’orrore era stato compiuto e sporco di sangue in preda alla follia, fuggì per strada piangendo e disperandosi senza meta, finché si allontanò da Napoli, temendo la vendetta dei congiunti.
La camera della morte era situata nell’angolo sinistro del Palazzo, al secondo piano.

Il giorno seguente i Regi Consiglieri ed i Giudici Criminali della Gran Corte della Vicaria entrarono nella camera da letto e trovarono il corpo straziato senza vita di Fabrizio Carafa e a tre passi da lui, giaceva il cadavere insanguinato della bella Maria.
Per il disonore e lo scandalo arrecato alla nobiltà, i corpi dei sfortunati amanti furono esposti nudi come monito, la mattinata seguente in mezzo alle scale del palazzo e tutta la città corse a vederli. Molteplici furono le versioni fantasticate della storia.
I corpi furono sepolti secondo disposizione delle relative famiglie: Maria d’Avalos, su fu sepolta nel lato destro della Chiesa di S. Domenico Maggiore, nella Cappella di Ferrante Carafa, suo primo marito ed insieme ai suoi figlioletti Ferdinando e Beatrice.
Fabrizio Carafa, invece, fu seppellito in una bara e consegnato al gesuita Don Carlo Mastrillo su disposizione della moglie Donna Maria Carafa, che per il disonore si ritirò a vita monastica.

Leggende

Negli anni ”90 l’Università di Pisa ricevette l’incarico di scoperchiare le tombe in cui secondo ipotesi, riposavano gli scheletri dei due amanti; vi erano dei resti mortali: si ipotizzò per le lesioni ricevute quello di Fabrizio Carafa, ma di Maria D’Avalos non vi era traccia. Forse lì non c’è mai stata. 
Si dice che dalla notte della tragedia fino ai secoli dopo, coloro che abitavano nei pressi del palazzo potevano distinguere bene le urla strazianti di Maria D’Avalos.
In più, sul Palazzo Sansevero pendeva una sciagura: chi lo abitava era maledetto fino alla settima generazione; questo durò fino al 1889, quando un’ala del palazzo crollò portando con sé la stanza del peccato e dell’omicidio. Altre voci dichiarano che tra l’obelisco di San Domenico Maggiore e il portale del Palazzo di Sangro dei Principi di San Severo si aggira una figura eterea, di tale bellezza che singhiozza: il fantasma di Maria.

Curiosità. Nel 1609 Carlo Gesualdo, mosso da forti sensi di colpa per quell’orrore commesso, commissionò al pittore Giovanni Balducci una tela, Il Perdono di Carlo Gesualdo, conosciuta anche con il nome di La Pala del Perdono, in cui si celano tutti segni del suo pentimento; dipinto conservato nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, a Gesualdo Avellino.

 

La foto di copertina è di Sergio Siano, che si ringrazia per la cortesia, ed è tratta dal libro di Vittorio Del Tufo, Trentaremi. Storie di Napoli Magica (Rogiosi editori).



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