Marco D’Amore, Social World Film Festival. La complessità di “Caracas”
Marco D'Amore, durante la quattordicesima edizione del Social World Film Festival, si è raccontato alla stampa spiegando le motivazioni che lo hanno spinto a dirigere “Caracas”.
Dalla pagina scritta ai grandi schermi, dalla narrativa alla trasmigrazione cinematografica: questo è il destino di Napoli ferrovia, il diario di bordo scritto da Ermanno Rea e riadattato in versione filmica con Caracas, il quale ha visto al timone della regia Marco D’Amore e come protagonisti proprio quest’ultimo in compagnia di Toni Servillo. La trama s’impernia sulla vicenda di vita di un celebre scrittore napoletano ritorna a casa dopo molti anni e ritrova il suo amico di vecchia data Caracas che, nel tentativo di superare le sue velleità neonaziste, si sta convertendo all’Islam.
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D’Amore, ospite della quattordicesima edizione del Social World Film Festival, kermesse cinematografica dedicata alla cinematografia socialmente impegnata, nelle location di Vico Equense si è lasciato andare a diverse riflessioni riguardanti il film e la sua carriera.
Caracas, un film che esplora la complessità umana
“Quello che mi ha colpito del diario di bordo di Ermanno Rea, com’è caratteristico nei diari, è la deformazione nel racconto che va avanti ed indietro nel tempo, le cose si trasformano – ha esordito D’Amore – Mi ha interessato profondamente la complessità della visione dell’autore, a partire dal parallelo tra la sua intimistica visione della città e la città che incontra, ossia Napoli, fino al dualismo che l’uomo si trova a vivere nella sua interiorità, combattuto tra due estremi. Ad un certo punto mi è sembrato che questo grande narratore del reale, com’è sempre stato Rea, fosse diventato una macchina da sogni. Mette in discussione l’esistenza del personaggio e ciò ha acceso la lampadina in me e nel mio socio e coautore Francesco Ghiaccio per iniziare a girare un film su questa storia. Ho apprezzato che il pubblico alcune cose non le avesse capite ma che avesse rivisto il film più volte, restando inchiodato ed interrogandosi sulla sua esistenza – ed ha poi continuato a motivare la sua scelta registica – Come spettatore, non mi accontento di alcune narrazioni in cui si evince immediatamente il finale o la spiegazione, proprio per questo non posso proporre in qualità di regista storie così ed amo le storie intricate come quelle di Rea. Costruire una storia nella storia ha accentuato il processo creativo”. Ha poi descritto il suo rapporto e la sua esperienza sul set con Servillo: “A sedici anni entrai nella sua compagnia teatrale. Sentirlo parlare con una complessità multidisciplinare mi ha complicato l’esistenza ed io benedico questa complicazione, perché ad oggi tutti vorrebbero immediatamente le risposte, ridurre, targettizzare”.
E riguardo, poi, i suoi intenti sociali ha affermato: “Mi piace essere disturbatore delle coscienze e se i messaggi si veicolano, è perché vi sono spettatori intelligenti e sensibili che sanno estrapolare e decodificare i messaggi. Tutto ciò che faccio è politico perché vivo in questo tempo e racconto i miei contemporanei, Caracas per l’appunto racconta degli spaccati di vita. Il mio lavoro testimonia ed integra la diversità”.
L’importanza della musica nel percorso di vita di D’Amore e il suo ricordo di Gomorra – La serie
Marco D’Amore oltre l’amore per la regia e per la recitazione, vanta una passionale e longeva passione per la musica. “La musica per me è tutto – ha affermato sentitamente, spiegando il ruolo preminente che occupa nel suo percorso esistenziale e lavorativo – la reputo una componente imprescindibile della mia esistenza: mi addormento e mi sveglio con la musica. In relazione con le storie che scelgo, vi trovo un adattamento musicale. Scrivo con in sottofondo con la musica, per me è un codice per trarre le cose. Essere un attore significa fare musica, noi siamo lo strumento che suoniamo ed io mi sento un attore musicale, me ne rendo conto proprio nel modo in cui scansiono le parole. La musica non ha per forza a che fare con la melodia, va sperimentata, va indagato anche il silenzio”. Ha poi concluso ricordando, compiendo un bilancio, Gomorra – La serie a dieci anni dalla sua uscita: “Nessuno poteva immaginarsi, nel 2014, il successo globale della serie. Eravamo molto timorosi che una sceneggiatura così cruda potesse riscuotere insuccessi, invece siamo rimasti piacevolmente sorpresi dalla vita”.

