Male Parole napoletane: versione per il gentil sesso

Ogni giorno è un giorno di scuola, diceva qualcuno. Se bisogna offendere qualcuno, perché non farlo con classe?

Tradizioni e Curiosità
Articolo di , 23 Gen 2023
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Male parole: evergreen della cultura dialettale napoletana e non solo. Diciamocelo chiaramente, siamo i maestri di quest’arte. Complicati algoritmi, calcoli matematici lunghi quanto Via Toledo, equazioni differenziali ed integrali impossibili per trovare male parole efficaci e taglienti per ogni circostanza.

Con varie accezioni: quella che deve offendere senza essere palese, quella che deve suscitare una grande risata, quella subdola, che la capisci solo qualche giorno dopo quando il miscredente che l’ha detta già si è defilato.

Lasciate fare a chi sa fare, insomma. In questa versione, esaminiamo le male parole dedicate al genere femminile e, per non farci mancare la classe, le prendiamo da La gatta cenerentola, la celebre fiaba di Giambattista Basile, nella raccolta Lo cunto de li cunti. In particolare qui facciamo riferimento all’adattamento teatrale omonimo ad opera di Roberto De Simone, del 1975.

Una doverosa premessa: noi in questa sede non vi consigliamo di insultare proprio nessuno. Tantomeno vogliamo incitarvi alla misoginia e ad offendere il gentil sesso, fin troppe volte oggetto di scostumatezza e volgarità.

La nostra tecnica è simile alle arti marziali. I maestri delle arti marziali sanno usare la forza, ma la usano solo per difendersi e mai per attaccare. Allora è bene che voi abbiate le armi, ma che le usiate solo quando ce n’è davvero bisogno.

Seconda premessa, ovviamente tutti gli insulti sono scritti con un punto esclamativo e vanno lette e recitate con il pathos adeguato.
Doverose premesse finite, accumminciammo, ja:

1) Vaiassa!

Una vaiassa è una donna rozza, sporca, una sguattera. Delinea in senso dispregiativo ‘a cammerera. Spesso le vaiasse custodiscono preziosi segreti e inciuci, di qui il detto “s’appiccecano ‘e vaiasse e se sgravogliano ‘e matasse“, segreti che puntualmente vengono rivelati quando l’ira sopraggiunge funesta.

2) Janara!

Sinonimo di strega, di fattucchiera. Dobbiamo immaginarcela una befana, vecchia, che porta pure malaugurio. La parola deriva dalle sacerdotesse della dea Diana, esperte di magia ed occultismo. A Napoli, il tempo della dea Diana sorgeva a Via dei Tribunali. Le Janare erano temute da tutti, in particolar modo nei giorni di martedì e venerdì, giorni considerati sfortunati in re ipsa, d’altronde si sa, di Venere e di Marte, non si sposa e non si parte.

3) Lavannara!

Traduzione di lavandaia, donna di bassissimo rango sociale, volgare, gretta, ignorante, pettegola.

4) Sfelenzia!

Ancora una volta un giudizio classista, basato sul censo. La sfelenzia è una poveraccia, una stracciona, una squattrinata. La sfelenzia è un ritaglio dalla stoffa, quello col quale non è più possibile fare nulla, che bisogna utilizzare solo come straccio e manco quello (anzi come mappina) e da lì l’analogia con l’inutilità della povera donna cui viene rivolto l’insulto.

5) Pirchipetola!

Uno dei più affascinanti. È una donna triviale, volgare, violenta, petulante e calunniatrice. L’origine semantica della parola affonda le radici in perchia ossia prostitutapetula ossia pettegola, ciarlona. Dunque una s0la parola, ma doppio significato insultante.

6) Scigna!

L’insulto rimanda sia alle forme non elegantissime e alle fattezze grossolane e sgradevoli che ricordano l’animale progenitore dell’uomo. Ma il suo significato arriva a toccare (ed offendere dunque) anche l’intelligenza della donna oggetto di scherno. ‘Na scigna ripeterà le mosse e le parole degli altri perché non in grado di formulare le proprie. Ancora, purtroppo, quando si parla di insulti femminili, troppe volte si parla di sesso. E dunque la scimmia è anche quell’animale che, quando è eccitato, salta addosso a chiunque pur di sfogare la sua furia e di placare i suoi bollenti spiriti.

7) Culumbrina!

Sinonimo di gatta morta, di ragazza frivola e civettuola, maliziosa, fin troppo incline a concedersi facilmente e ammaliare gli uomini altrui. Il significato trae origine dal personaggio di Colombina, personaggio della commedia dell’arte, nota per non essere il massimo della sobrietà.

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