“L’isola di Arturo”, la trama e il significato del libro su Procida

Emanuela Francini

“L’isola di Arturo” è un libro del 1957 scritto da Elsa Morante. Ha vinto il Premio Strega. Questo romanzo di formazione è ambientato nell’isola di Procida, la Capitale italiana della cultura 2022. La trama s’impernia sulle tappe salienti dell’infanzia e dell’adolescenza di Arturo Gerace, un isolano orfano di padre e con un padre assente. L’isola assume un significato molto importante per la visione che ha Arturo del mondo e per le sue avventure che lo portano ad uno stato di disillusione.

“L’isola di Arturo” è un romanzo di formazione scritto da Elsa Morante e pubblicato nel 1957 dalla Giulio Einaudi Editore. Il libro ha raccolto ottimi giudizi dalla critica letteraria. La Morante, di fatto, è stata la prima donna nella storia ad aggiudicarsi il Premio Strega nel medesimo anno di pubblicazione. Si tratta di un’opera indimenticabile che sia i giovani sia gli adulti devono leggere almeno una volta nella vita. Chi non l’ha ancora fatto, potrebbe rimediare in questo periodo ideale. Il romanzo è ambientato a Procida, la Capitale della cultura italiana 2022. Scopriamone insieme la trama e il significato che ha l’isola!

“L’isola di Arturo”, la trama del libro

La trama de “L’isola di Arturo” è ambientata negli anni 1938 nell’isola di Procida ed è imperniata sulla figura protagonista di Arturo Gerace. Quest’ultimo, ormai un uomo adulto, ripercorre attraverso numerosi flashback le tappe salienti della sua infanzia e della sua adolescenza. Lui Nasce a Procida nella Casa dei Guaglioni, da Wilhelm Gerace e da madre sconosciuta morta nel parto. L’unico ricordo che ha di lei è una foto ingiallita con il passare degli anni. Suo padre è un uomo superficiale e assente, infatti, nei lunghi periodi senza di lui gode esclusivamente della compagnia della sua cagnolina Immacolatella.

 

Il padre un giorno gli presenta e gli porta a casa Nunziata, la sua nuova e giovanissima sposa. Arturo se ne invaghisce inconsapevolmente e inizia a comportarsi con lei in modo ambiguo. Nunziata cerca di instaurare un rapporto con Arturo ma lui rifiuta ogni tentativo di avvicinamento. La situazione si ribalta quando viene alla luce il suo fratellastro Carmine Gerace, il figlio di Nunziatella e del padre. Dopo la sua nascita, Nunziata si dedica interamente a Carmine e Arturo ne diventa geloso. Colto dall’invidia, tenta perfino il suicidio ingerendo dei sonniferi dimenticati dal padre. Riuscitosi a salvare, passa la seguente settimana a letto godendosi le premurose attenzioni di Nunziata. Una volta guarito tenta di baciarla ma lei lo scansa e, in seguito, inizia ad evitarlo.

 

Ormai rifiutato dalla matrigna, Arturo intraprende la conoscenza di Assunta, una vedova che lo inizia sessualmente. Lungo le ultime pagine del libro, narrate in modo implicito ed intuitivo, Arturo scopre che il realtà suo padre Wilhelm non è un cosmopolita e che i suoi lunghi viaggi sono stati intrapresi soltanto per andare a visitare Tonino Stella. Quest’ultimo è un detenuto con cui Wilhelm, probabilmente, intrattiene una relazione omosessuale da diversi anni. Arturo, una volta venuto a conoscenza di ciò, decide di lasciare per sempre Procida e di arruolarsi nell’esercito.

Il significato dell’isola di Procida

 

L’isola di Procida, all’interno di questo affascinante romanzo di formazione, assume un significato molto importante e profondo per la psiche e la crescita del protagonista Arturo. Gli scenari azzurri, i paesaggi dai colori caldi, la vista mare, i borghi variopinti e i silenziosi pescherecci fanno da cornice a una storia di sofferenza, desiderio di dolcezza, crescita e disillusione. La Morante ha scritto nero su bianco uno spaccato di vita molto comune nei ragazzi d’oggi.

 

Ha narrato il senso d’impotenza e d’ingiustizia che prova un fanciullo nel sentirsi orfano, così come ha perfettamente raccontato i sentimenti contrastanti che si nutrono verso l’unica figura genitoriale presente. Lui è consapevole della natura manesca e ingannevole di suo padre ma ciò nonostante lo adula come divinità. Lungo la lettura è ricorrente il desiderio di affetto materno che Arturo ricerca nelle altre persone, specialmente in Nunziata. Ancora più incalzante è l’invidia e la rabbia verso coloro che hanno goduto di quell’amore genitoriale che è gli stato ingiustamente strappato, come accade nel caso del suo fratellastro Carmine.

 

Arturo è un ragazzo dilaniato, abitato da un’insanabile bisogno di affetto e da una petulante diffidenza narcisista che lo porta a preservarsi dal dolore, ad allontanarsi e mettersi in guardia dalle persone. Ha l’atteggiamento sfuggente di chi in passato ha voluto ripararsi nell’abbraccio di qualcuno e non ci è riuscito. La visione dell’isola è alle stregua della sua idea del mondo che gradualmente cambia a suono di esperienze e disillusioni.

 

L’isola, all’inizio, è il suo posto nel mondo, gli basta, lo rende felice. Ciò che accade all’infuori di essa è soltanto una leggenda che non gli sembra la pena scoprire. Lungo gli anni scopre la natura ingannevole delle cose, le dinamiche che hanno sporcato la sua infanzia, le bugie in cui è cascato. Conosce l’altro volto della medaglia della sua vita e della sua isola e scopre che tutto ciò non gli basta più: ha bisogno di altro. Procida è una bolla di vetro, la metafora dell’ingenuità. Quando la perde, decide di affrontare il mare aperto dell’esistenza e di scoprire nuove terre spietate quanto vere.

 

Salpa su una nave e non si guarda più indietro. Non rimpiange la famiglia idillica che non ha mai avuto ma va a conquistare il suo futuro. C’è un isola di Procida in tutti noi: quella dalle esperienze dolorose ma edificanti per il carattere. Tutti ci siamo cullati al suo interno e poi ce ne siamo distaccati come un nascituro dal grembo della madre. Seppure non dovessimo mai più visitarla, non potremmo mai dimenticarla.



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