Leggenda di Donna Albina, Donna Romita e Donna Regina. Tre sorelle e tre monasteri.

Annunziata Buggio
Leggenda di Donna Albina, Donna Romita e Donna Regina. Tre sorelle e tre monasteri.
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E di leggenda è intrisa la storia: Donna Albina, Donna Romita e Donna Regina. Tre giovani sorelle che rinunciando all’amore per lo stesso uomo, salvano il loro affetto e si ritirarono a vita spirituale, fondando tre monasteri.

Protagoniste di questa storia sono tre giovani sorelle; un tris di donne napoletane che sono entrate di diritto nella leggenda; da secoli si tramandano i loro nomi fra i vicoli del centro storico; il ricordo che evocano queste tre fanciulle, legate soprattutto alla penna di Matilde Serao (Leggende Napoletane) ce le restituisce intatte come un dialogo aperto dai toni freschi e cupi, mettendo in risalto un’oscura passione d’amore che fa da sfondo alle vicende familiari e sentimentali di Donna Regina, Albina e Romita.

Siamo nel 1320: Napoli è sotto la guida magnanima di re Roberto D’Angiò che ha saputo infondere nella Capitale del regno, una grande spinta creativa e culturale, crescendo di prestigio e di autorevolezza, chiamando a sé una valente schiera di artisti, capaci di rinnovare il linguaggio estetico. In questo clima di fervore, si snoda la storia della famiglia Toraldo, un’antica e nobile casata di origine sveva, appartenente al Seggio di Nilo, che ricopriva in italia, alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico.
Nello stesso anno, muore la moglie del Barone Toraldo: Donna Gaetana Scauro, una potente nobildonna napoletana che cede le redini del nobile casato (non un uomo) alle sue tre giovani figlie, le quali dovranno provvedere a conservare integra la discendenza dei Toraldo
Rimaste orfane, esse si impegnano a rispettare le volontà paterna: erano tre giovani bellezze, diverse per carattere e per aspetto; Regina, primogenita, aveva 19 anni quando venne investita del ruolo di capofamiglia. Alta, bella, dalla figura superba e scultorea, un volto severo reso ancor più duro dalla brunezza dei lunghi capelli neri, raccolti sul capo; gli occhi scuri e grandi molto pensosi, lasciavano intravedere gli obblighi imposti dai doveri familiari. Si dimostrava più matura rispetto alla sua giovane età, era ammirata e riconosciuta come figura influente e carismatica, l’erede designato che avrebbe conservato il nobil sangue. Ella spiccava per il senso di compostezza che infondeva sugli altri, schiva e riservata, avvolta nella sua solitudine quotidiana. Nella sua vita esisteva soltanto il dovere. 

Albina era la secondogenita della famiglia Toraldo, aveva appena 17 anni e possedeva un carattere amabile. Era stata chiamata così per le caratteristiche della sua pelle: un’incarnato bianchissimo fine quanto la porcellana. I suoi colori chiari dai capelli biondi-cinereo e occhi splendenti d’azzurro, trasmettevano dolcezza e cordialità, molto incline al sorriso e dai modi gentili e premurosi; era lei che si preoccupava di tutti e in particolar modo si doleva per le sorti delle sue sorelle, dispensando saggi consigli e operandosi per i lavori di casa, badando la servitù e offrendo elemosine ai bisognosi.

Romita era l’ultima della casata, e aveva soltanto 15 anni. Era sempre stata una adolescente fresca e vivace, ma negli ultimi tempi, fu colei che fra tutte risentì della scomparsa dei genitori. Il suo giovane aspetto era carico di tenerezza: capelli ricci dai toni biondo miele si adagiavano sull’incarnato bruno del viso, mettendo in risalto un paio di occhi verdi smeraldo che mutavano nelle trasparenze della luce; il corpo esile nascondeva la fragilità dei suoi anni. Il suo carattere era mutevole: ora capriccioso, ora collerico e irritante ma bastavano pochi attimi per ritrovare la stabilità dell’umore.
Loro tre insieme, si amalgamavano l’una nell’altra conducendo una vita placida all’insegna dei doveri familiari, della preghiera, e delle occupazioni tipiche nobiliari.

Il Barone Toraldo, si era sempre preoccupato per la sua nobile discendenza (in mancanza di un erede maschio e desiderando di non convolare in seconde nozze) e chiese su «special favore» al re Robertò D’Angiò una cortesia, cioè che la sua maggiore figliola Donna Regina, sposandosi avrebbe potuto conservare il cognome della famiglia per tramandarlo alla sua prole.
Concesso il favore, un giorno arrivò una lettera indirizzata a Donna Regina, scritta di pugno dal re Roberto D’Angiò che la rassicurava, promettendola in sposa a Don Filippo Capece, Cavaliere della corte napoletana.
Egli era un nobiluomo di bell’aspetto, galante con le donne e seducente nella parola. Si vedeva spesso alla corte, circondato dalla più belle fanciulle nobili che tentavano di condurlo, con ogni mezzo all’altare.

Donna Regina a quella notizia si sentì smarrita, forse delusa e arrabbiata. Nello stesso istante interruppe nella sua stanza baronale, Donna Albina che riferì alla sorella il preoccupante stato di salute della più piccola, Donna Romita, che negli ultimi tempi aveva perso la sua gaiezza e spensieratezza. Il motivo del suo malessere era l’amore, invaghitasi perdutamente di Don Filippo Capece, futuro sposo della maggiore. A quelle parole, Regina sentì gelarsi il cuore. 

Donna Albina nel confessare la sua preoccupazione per la sorella minore, dichiarò con impeto di essersi innamorata pure lei di Filippo, cercando di scacciarlo dai suoi pensieri, implorando il perdono di Regina per lei e per la sorella; solo a quel punto Regina fu in preda alla collera, dichiarando di amare segretamente in cuor suo, il bel Filippo Capece che da lì a poco sarebbe divenuto suo sposo. Il destino talvolta assurdo, volle che tutte e tre si invaghirono perdutamente dello stesso uomo, tramandando l’inimicizia, il rancore, l’invidia, venendo meno alle volontà del Barone Toraldo
Da quel giorno in poi, le tre sorelle si separarono in casa, divise dalla passione e dal tormento d’amore. Il palazzo che dapprima era un’oasi di pace e serenità familiare, divenne in pochi giorni, una torre fredda senza amore, che emanava soltanto collera, dolore e pianto.

Giunse la Pasqua e tutta Napoli era in preda ai festeggiamenti e per le vie si respirava il profumo della Primavera e le dolci arie musicali dei bambini che giocavano nei cortili.
Trascorsi i giorni in preda all’angoscia, le due sorelle minori chiesero di parlare a Donna Regina e di ammetterle alla sua presenza.
Furono accolte e, a parlare per entrambe fu Donna Albina che annunciò alla maggiore, la ferrea volontà di separarsi dalla casa paterna e di prendere insieme il velo, fondando ognuna un monastero con la propria parte di eredità.

Donna Regina le ascoltò senza proferire parola; era ancora scossa dall’accaduto e si sentiva offesa e rammaricata ma tentò di persuadere la scelta azzardata delle sorelle, se pure con aria infastidita.
Albina e Romita erano intenzionate a non ritrattare e di ritirarsi a vita spirituale, lasciando i piaceri della vita coniugale di diritto alla figlia maggiore, secondo le volontà testamentari del padre. 
Questa presa da un risentimento confessò che non avrebbe più potuto sposare Don Filippo Capece, perché il gentiluomo la odiava, non poteva preferirlo. Stupite per la notizia, Donna Albina dichiarò che Filippo era indifferente nei suoi confronti e non l’amava, mentre Donna Romita pronunciò che egli l’amava profondamente ma non poteva sposarlo, in quanto era stato destinato per volere reale a Donna Regina, e non intendeva farle un torto e mancarle di rispetto, preferendo la vita monastica.

Solo a quel punto, Donna Regina si levò in piedi e abbracciò e baciò le sorelle con affetto, comunicando la stessa volontà di prendere il velo e di fondare un monastero in suo nome, dimenticando ogni rancore e dissidio familiare. 
Si inchinò di fronte al dipinto del padre, prese lo scettro d’ebano e lo spezzo in due pezzi dicendo: «Salute, padre mio, la vostra nobile casa è morta».

La leggenda popolare narra che i loro fantasmi, vagherebbero durante la notte per il centro storico, nel tentativo di incrociare lo sguardo di Filippo Capece, tormentate dalla passione amorosa che divampa nei loro ricordi senza tregua, da molti e molti secoli. Si dice che le tre figure sosterebbero attorno alla Statua del Nilo (il Sedile di appartenenza dei Toraldo) cercandosi e sfuggendosi l’una con l’altra con gli sguardi persi nel vuoto, nel tentativo di abbracciarsi per estinguere il loro dolore, e porre fine alla tragica pena d’amore; la stessa che le trascina con angoscia nel baratro delle anime inquiete di Napoli.

Curiosità: le tre sorelle, dove avrebbero fondato i loro tre monasteri?

La leggenda vuole che Donna Regina avrebbe fondato il suo ordine conventuale presso la Chiesa di Donnaregina Vecchia; il Complesso Monumentale più antico di Napoli, conosciuta dall’VIII secolo col nome di Convento di San Pietro a Monte di Donna Regina. Oggi è il bellissimo Museo Diocesiano. 
Donnalbina avrebbe edificato il suo ordine monastico presso la Chiesa omonima di Santa Maria Donnalbina, preesistente già dal IX secolo, in zona Monteoliveto. 
Donnaromita, avrebbe eretto il suo ordine presso la Chiesa di Santa Maria Donnaromita o Chiesa di S. Maria de Perceo di Romania; oggi è un’edificio sconsacrato che sorge nel quartiere Porto.
Storicamente, l’allusione dei nomi ai luoghi di culto è un’invenzione puramente scenica. 
La fantasia letteraria di Matilde Serao, ha preso spunto dai questi luoghi, vicoli, strade e chiese per ambientare la storia delle tre sorelle e dare vita e corpo alla leggenda.

Quartieri, e vicoli che prendono il loro nome

Largo Donnaregina: tra via Donnaregina e via SS. Apostoli in direzione del Museo Diocesiano di Napoli (Chiesa di Donnaregina vecchia e nuova)
Via Donnaregina: dal largo Donnaregina a via Duomo, difronte alla Chiesa di san Giuseppe dei Ruffi
Vico Donnaregina: da largo Settembrini a via Donnaregina in direzione del Museo MADRE
Vicoletto Donnaregina: dal largo Donnaregina a via Duomo
Quartiere: San Lorenzo

Via Donnalbina: da via Monteoliveto a via Ecce Homo, in cui sorge la Chiesa di Santa Maria Donnalbina.
Vicoletto Donnalbina: da via Santa Maria la Nova a via Donnalbina. Vicoletto intitolato al nostro grande musicista Pino Daniele
Quartiere: San Giuseppe

Vico Donnaromita: da piazzetta Nilo a via Giovanni Paladino. Chiesa intitolata a Santa Maria Donnaromita.
Quartiere: Porto



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