L’arco del molo borbonico: la vera storia

 

Vogliamo parlare oggi del cosiddetto “arco del molo borbonico”, ovvero quell’arco in pietra lavica del tratto di lungomare di via Partenope che i giovani ricorderanno a lungo per aver affidato lì, alla grata di protezione della banchina, il loro lucchetto di promessa di amore senza fine.

 

Al centro dell’attenzione per il suo crollo ha però una storia molto interessante su cui può essere interessante far luce.

 

‘O Chiavicone

Le fonti storiche e le fotografie d’epoca smentiscono chiaramente che si trattasse del cosiddetto “arco del molo borbonico”. Mettendo insieme i pezzi che compongono il puzzle della sua lunga storia, è venuto fuori che vantasse natali tutt’altro che reali. Al contrario, sono stati piuttosto umili, al pari del suo epilogo.

 

La sua storia ebbe inizio nel XVI, all’epoca del viceré spagnolo Don Pietro de Toledo, in qualità di principale canale fognario della città. Il popolo napoletano lo chiamava ‘O Chiavicone ed era un condotto, come testimonia il canonico Carlo Celano, “così ampio e lato che adagiatamente caminar vi potrebbe una carrozza per grande che fusse, e questo principia dalla Pignasecca, presso la Porta Medina, che prima chiamata veniva il Pertugio e va a terminare alla chiesa della Vittoria, sita fuori la Porta di Chiaja, dove dicesi il Chiatamone. In questo chiavicone entrano quasi tutte le acque piovane che scendono dal Monte di San Martino”.

 

E non solo, il Celano riporta anche che, durante la devastante epidemia di peste del 1656, ”quell’infami e scellerati becchini avvanzi, o per dir meglio dire refiuti della peste, promettendo di portare a sepellire i cadaveri in qualche luogo sagro, li buttavano dentro di questa chiavica, et anco da’napoletani vi fu buttata molta robba, come matarazzi et altra soppellettile sospetta di contagio, con isperanza che il primo torrente d’acqua piovana, che noi chiamiamo lava, l’avesse dovuta portare a mare”.

La sistemazione di via Chiatamone del 1844

Un disegno di Bartolomeo Grasso del 1844, quindi dell’epoca borbonica, documenta la sistemazione del tratto di spiaggia dove sfociava il chiavicone con la nuova strada di via Chiatamone, indicando la linea del muro della banchina per un futuro ampliamento di quell’area tramite una colmata a mare.

 

In questa occasione, si intervenne per la prima volta sul canale del chiavicone che, irreggimentato e coperto, sfociava direttamente a mare attraverso un arco con due griglie, un filtro che permetteva il deflusso laterale delle acque reflue, altrimenti ostacolato dalle onde marine.

 

Terminava con una testata a cuneo, dove i flutti si infrangevano, e un piccolo sbarcatoio a protezione dello scolo della fogna. Al principio del condotto coperto, sulla strada, vi era una piccola costruzione ottagonale: l’ufficio doganale.

 

L’esposizione al moto ondoso del mare e ai forti venti di costa non lo rendevano per nulla adatto a svolgere le funzioni di un comune molo, cosa che sembra sia sfuggita alle fonti di informazione nei giorni scorsi. Più semplicemente era uno “sbarcatoio di servizio”, utilizzato dalle barche dei pescatori e dei marinai del quartiere di Chiaia per lo scarico veloce di merci leggere e del pescato del giorno.

 

Il Risanamento post-unitario

I lavori del Risanamento, tra il 1870-90, riversarono una colmata direttamente a mare facendo avanzare la linea di un tratto di costa della città per la sistemazione definitiva di via Partenope e di via Caracciolo.

 

Di conseguenza, il canale del chiavicone fu inglobato dalla colmata lungo via Chiatamone e lo sbocco fognario e la testata dello sbarcatoio borbonico fu rifatto ricavandone una piattaforma più ampia.

Per concludere

Che l’arco crollato sia di epoca borbonica è un evidente falso storico. Che si tratti di un molo, è da considerarsi quanto meno un’inesattezza semantica.

 

Averlo presentato al pubblico come “arco del molo borbonico” può considerarsi un tentativo di “indorare” la realtà storica di un manufatto architettonico, partecipe di ben quattro secoli di storia napoletana e di alcune delle più belle vedute fotografiche del lungomare di Napoli. Di un altro simbolo del passato di un regno che non c’è più. Che non c’è più da più di un secolo.

 

Al di là di ogni polemica, possiamo interpretarlo per quello che è stato: un simbolo del tempo che passa, che irreversibilmente cambia il paesaggio e l’aspetto urbanistico della nostra città. Abbiamo fortunatamente la possibilità di immaginarne il passato, ricercandone le fonti e le immagini lasciate in eredità da chi l’ha vissuta e amata prima di noi.

 

Fonti

  1. Celano, “Della peste di Napoli del 1656 per un testimonio oculare”.
  2. Alisio, “Il Lungomare”.


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