“L’acqua ‘e pesce”: la buona sorte che viene dal mare

Un rito augurale partenopeo di antica memoria che affonda la sua simbologia nelle onde del mare e i tesori contenuti nelle reti dei pescatori del golfo: l'acqua e pesce

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 La fortuna a Napoli è materia complessa. I Napoletani credono fermamente che sia possibile attirate l’ attenzione della dea bendata con un ampio repertorio di riti propiziatori, oggetti di varia natura e forma come il cornetto rosso o le capuzzelle del Cimitero delle Fontanelle, una serie di superstizioni e tradizioni una più antica dell’altra, una lista infinita di preghiere alla Madonna e ai Santi, modi di dire più o meno coloriti e…chi più ne ha più ne metta.

Qualcuno penserà che si tratti dell’ignoranza di un popolo assetato di vita e che fa di tutto per avere un po’ di bene prima della dipartita finale.

In parte è vero, in parte invece non è altro che la cultura millenaria che contraddistingue il popolo partenopeo e di cui non sono dispensati neppure i cittadini di sangue blu.

Tutte queste credenze affondano le loro origini nella notte dei tempi, proprio come il rito de “l’acqua ‘e pesce”. Un rito tanto potente da riuscire a propiziandosi la presenza della “Bbona ‘Mbriana” nella propria famiglia e un happy ending nei momenti difficili della vita.

Il rituale

Per propiziarsi la fortuna quando la dea bendata è particolarmente disattenta alle sorti umane, bisogna eseguire un rituale carico di significati simbolici.

Si inizia all’alba, quando il sole portatore di vita sorge. È l’orario giusto per mettere a lessare in una pentola un pesce di taglia media, del petrusino, qualche foglia di vasenicola, un cerasiello e una cipolla affettata.

Il prezzemolo e il basilico rappresentano un’antica la dicotomia rituale fra il Maschio e la Femmina, il peperoncino a cornetto è un chiaro riferimento alla scaramanzia, mentre le lacrime e il dolore, la negatività del momento che si sta vivendo, sono rappresentati dalla cipolla.

Il pesce, una volta cotto, viene messo da parte e mangiato con l’officiante. L’acqua carica dell’odore del mare e delle erbe aromatiche, è aspersa con gesto antico nei quattro angoli della stanza, come il numero dei elementi da cui tutto ebbe vita: l’acqua, l’aria, il fuoco e la terra.

Il richiedente è il “Cosmo” e sta al centro del quadrato rituale. L’officiante scandisce la formula rituale rivolgendosi ai quattro lati della stanza: “Addò và l’acqua ‘e ‘stu pesce aonna”.

Aonna ‘e mare!

In italiano si può tradurre “l’onda ingrossa” e per i pescatori napoletani ha un significato particolare perché definisce l’aspetto dell’onda durante il recupero a mano della rete traboccante di pesce, “’a tirata d’ ‘a rezza”.

Una benedizione che i vecchi pescatori annunciano al grido di “Aonna! Aonna ‘e mare!”, incoraggiando e ridando forza ai compagni più provati.

Il lavoro del pescatore era non solo una sfida quotidiana con il mare, ma anche un’accorata preghiera per propiziare l’abbondanza del pescato, come nella quartina di una poesia di Raffaele Viviani:

Soh, vaje ch’ ‘e chiena,

Soh, forza, ch’aonna!

‘Sta rezza se mena

Prianno ‘a Maronna.”

Nella formula propiziatoria del rito de “l’acqua ‘e pesce”, “…aonna e cresce” ha un grande significato augurale perché al concetto di abbondanza del mondo dei pescatori si affianca la crescita che ne rinforza le potenzialità. Vien da sé che il richiamo all’attenzione della dea bendata si rafforza e non può essere ignorato.

Fonte: M. Buonocotto, Napoli Esoterica.

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