La testa di Cavallo di Virgilio Mago. La leggendaria scultura di Donatello

Annunziata Buggio
La testa di Cavallo di Virgilio Mago. La leggendaria scultura di Donatello
Vota questo articolo

La testa di Cavallo di Donatello, emblema di Napoli è legata a più di una leggenda magica: si narra che la scultura in bronzo fosse opera di Virgilio Mago e che avesse il potere di guarire gli animali. E quali altri segreti nasconde? Santi, uomini e artisti furono i suoi rivali …

«Quando un morbo fierissimo invase la razza dei cavalli, Virgilio fece fondere un grande cavalllo di bronzo, gli trasfuse il suo magico potere e ogni cavallo, condotto a fare tre giri, intorno a quello di bronzo, era immancabilmente guarito …»
[Leggende napoletane, Matilde Serao]

Lo scorso mese è stato inaugurato il murales «La testa di Cavallo Carafa o di Donatello» dello street artist romano David Vecchiato sugli scaloni monumentali del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, in occasione del Festival al MANN.
L’opera scultorea, custodita proprio al MANN dal 1809, cela una storia leggendaria che vale la pena raccontare per riscoprire e apprezzare aspetti insoliti della nostra città che trasuda di storia, arte e fascino senza tempo.

Il Cavallo del re e il genio di Donatello

La sua origine è avvolta da un’intricato segreto dalle ipotesi contrastanti: la testa di Cavallo, per alcuni, è stata considerata una scultura di origine greca mentre per altri, come affermò il celebre critico d’arte Giorgio Vasari, è da attribuire al genio di Donatello; dal 2012 l’attribuzione allo scultore e maestro fiorentino è ufficiale.

La testa di Cavallo è custodita dal 1809 nel Museo Archeologico Nazionale e fu un dono dei principi di Colubrano che sostituirono l’originale con una copia in terracotta, restaurata nel Novembre del 2015. Per secoli la celebre testa di Cavallo di Donatello era solita dimorare nel cortile dello storico Palazzo Carafa, sito in via San Biagio de’ Librai, da cui trasse nome.
Si narra per la prima volta dell’opera (realizzata in bronzo) nel 1471 in una lettera scritta dal conte di Maddaloni Diomede Carafa indirizzata a Lorenzo il Magnifico, in cui lo ringraziava del bellissimo dono.

L’illustre Carafa era un signore di spicco per il suo tempo; era l’uomo di fiducia di re Alfonso I d’Aragona, un nobiluomo considerato di grande cultura e politica a cui si deve uno dei più belli palazzi rinascimentali di Napoli, che reca il suo nome. L’interno e l’esterno della sua nobile dimora, era impreziosita da oggetti d’arredo di buon gusto, opere d’arte ben conservate e cimeli di valore, e tra questi faceva bella mostra la Testa di Cavallo detta Carafa.

Altri documenti dell’epoca rinascimentali, ci restituiscono un’altra versione: probabilmente la testa di Cavallo fu voluta da re Alfonso V d’Aragona (Alfonso I sul trono di Napoli) che desiderava una medesima scultura equina che Donatello stava realizzando nello stesso anno a Padova, per il Capitano Erasmo da Narni detto il Gattamelata. Il sovrano colpito della potenza espressiva della scultura, desiderava averne una tutta per sé in bronzo da porre all’ingresso del Castel Nuovo, al centro dell’arco superiore del portale del Maschio Angioino.
Il re Alfonso V riuscì a mettersi in contatto con Donatello tramite un uomo di fiducia, il mercante Bartolomeo Serragli e sigillò il patto. L’opera si protrasse per lunghi anni nei quali morirono sia il re che il mercante, suo intermediario con l’artista e il lavoro per la realizzazione della testa di Cavallo fu sospeso, in attesa di un nuovo padrone.
Solo nel 1471 durante il soggiorno di Lorenzo il Magnifico a Napoli, in occasione del completamento dei lavori per il portale d’ingresso del Maschio Angioino, volendo omaggiare tale evento, il Magnifico ordinò a Donatello di riprendere la scultura del Cavallo, al fine di donarla personalmente alla città e al suo re; ma venuto a mancare re Alfonso I, la testa di Cavallo fu donata al conte Diomede Carafa che tenne l’opera per sé in ricordo del suo affezionato sovrano.

Il Cavallo di Virgilio Mago e le sue leggende…

Una delle tante leggende che aleggia sulla testa di Cavallo di Donatello è quella legata alle campane del Duomo di Napoli. Si narra che prima che fosse cancellata, sulla base della scultura vi era posta una misteriosa iscrizione:
«Quale sia stata la nobiltà e la grandezza del corpo
La testa superstite mostra
Un barbuto m’impose il morso
La superstizione e l’avidità mi fecero morire
Il rimpianto dei buoni accesero il mio valore
Qui vedi la testa
Le campane del Duomo conservano il mio corpo
Con me perì lo stemma della città».

Questi versi celavano un rituale che si praticava fino al XIV secolo: in una piazza vicino al Duomo, vi era un sistemato un immenso Cavallo di bronzo che aveva il potere di guarire gli animali malati, di irrobustire quelli in salute e di rendere fertili i maschi. La leggenda vuole che sia stato Virgilio Mago a produrre il magico bronzo per la scultura equestre, collocando il Cavallo magico, nel centro storico di Napoli.

Il rituale era praticato da numerosi napoletani e forestieri che portavano a benedire i loro animali con l’auspicio di assicurarsi la salute del bestiame, adornandoli con ghirlande, fiori e collane di tarallini; proprio l’offerta dei tarallini ricordava il pane che Ottaviano Augusto, simbolicamente, aveva offerto a Virgilio per ringraziarlo della misteriosa guarigione di molti cavalli ammalati. Il rituale propiziatorio consisteva di effettuare tre giri intorno alla scultura per assicurarsi la pronta guarigione. Questo rituale andò avanti fino al 1322 fino a quando, secondo ipotesi, un cardinale furioso, infastidito che il Cavallo avesse più fama di San Gennaro e che il rito pagano ricevesse più onori a fronte di quello cristiano, fece fondere la scultura per realizzare le campane del Duomo. La leggenda narra che in alcuni giorni si ode il nitrire di un cavallo, sullo scoccare delle campane.
Un’altra versione pure molto avvincente, vuole che siano stati alcuni maniscalchi che gelosi del potere del Cavallo e del lavoro che egli sottraeva, fecero smantellare e fondere la scultura.

Ma il rituale non si arrestò, ma cambiò solo destinazione e oggetto di culto; si spostò nella Chiesa di Sant’Eligio, il santo protettore dei maniscalchi, dove il primo dicembre venivano portati i cavalli «scalzi» in processione per farli benedire, i cui ferri venivano appesi all’ingresso.
Lo stesso rituale fu sostituito dopo poco, nella vicina chiesa costruita in epoca angioina, dedicata al culto di Sant’Antonio Abate, festeggiato il 17 gennaio. Fino ad una decina di anni fa, in questa speciale ricorrenza, si portavano in processione gli animali tutti agghindati (come in epoche precedenti) che compivano tre giri attorno alla chiesa ed esposti sul sagrato per essere benedetti. A Sant’Antonio Abate si attribuisce il dono di guarire gli animali e non solo: c’è chi in sostituzione di un cavallo (impiegato come mezzo di trasporto) usa far benedire altri veicoli: auto, moto e biciclette. Provare per credere!

A Napoli, due cavalli erano gli emblemi della città che si contrapponevano: il cavallo bianco e il cavallo nero; il primo rappresentava la Luce, il sorgere del sole, raffigurato in fase di trotto evocante l’astro dal color dorato e posto in un fondo azzurro cielo; questo aveva il suo dominio su Porta Capuana, a lato destro del castello (le forze del bene).
L’altro cavallo testimoniava le Tenebre, il calar della luna e venne ritratto in fase rampante a simulare l’astro della notte e posto in uno sfondo dorato; questo sorvegliava il Nilo di Napoli, posto sul lato sinistro della piazzetta (le forze oscure).
Entrambi sono le insegne dei Sedili (Seggi) di Napoli, cui si divideva la città per rioni e quartieri, identificati nei celebri stemmi che rappresentavano le più importanti famiglie nobili che amministravano al tempo la città. Oggi li vediamo ben rappresentati in Piazza San Gaetano, sulla chiesa monumentale di San Lorenzo Maggiore.

Curiosità: L’equitazione, l’ippica e lo sport improntati sul Cavallo, sono grati a Napoli per aver dato al mondo il possente Cavallo Napoletano, uno stallone purosangue.
Anticamente questa razza veniva allevata nella pianura di Capua e si caratterizzava per la sua grazia maestosa, era leggero e veloce al tempo stesso, potente e impetuoso dal manto nero fondente.
Incrocio di razze locali, con l’aggiunta di quella etrusca e berbera, diedero vita al Napoletano, nutrito dei prodotti della nostra Campania Felix per renderlo forte e vigoroso. Invidiato e ammirato dai romani che preferivano cavalcarlo durante i loro trionfi.

Fino al secolo scorso, la razza poteva dirsi estinta legata al mito ma grazie ad un’allevatore straordinario Giuseppe Maresca di Piano di Sorrento, il Cavallo Napoletano di razza è sopravvissuto. Maresca scovò l’ultimo erede dello stallone napoletano, di appena vent’anni, nel sud della Serbia, emigrato con i suoi discendenti duecento anni prima. Lo unì ad una femmina della stessa razza di Capua, scampata miracolosamente all’estinzione. Dalla loro unione nacquero due purosangue: il maschio Neapolitano I e la puledra Cianciosa, entrambi di Vicalvano, la fertile collina situata tra Sorrento e Amalfi. E’ un primato tutto napoletano.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caricando...
Menu