La terrazza dei Barbanti, il ristorante fine-dining dello storico albergo San Francesco al Monte
Location di assoluto prestigio per il ristorante dell’Art Hotel ubicato al Corso Vittorio Emanuele, con l’ambiziosa cucina dello chef executive Vincenzo Stingone.
Rievocare la storia dell’hotel San Francesco al Monte significa necessariamente raccontare un lacerto del retaggio culturale partenopeo, con tutte le stratificazioni e implicazioni antropologiche connesse: basti dire che l’attuale struttura è il risultato di un lungo progetto di risanamento e conversione dell’antico convento di Santa Lucia al Monte, del quale il nucleo originario risale addirittura al sedicesimo secolo. Parallelamente allo sviluppo urbano dell’antica Parthenope, a partire dall’unica cella a disposizione dei frati minori conventuali, crebbe anche il monastero, sino a divenire un complesso religioso più ampio, sviluppatosi sul fianco della collina di San Martino, occupandola quasi integralmente.

Splendida e frutto di una vocata opera di riqualificazione “filologica” la ripartizione e conservazione degli ambienti interni, con le celle monastiche conservate ancora nel loro aspetto primigenio, e frammenti d’affreschi, antiche maioliche e decorazioni visibili praticamente in ogni angolo della struttura.
Da qui giungiamo al connubio eno-gastronomia e pratiche conventuali, a partire dall’elemento nominale, mutuandone lo splendido ristorante panoramico, ubicato al quarto piano, la radice: “barbanti” è infatti altro nome attribuito ai frati minori, fondati da Agostino da Miglionico, che venivano individuati dalla loro fluente barba, divenuta pertanto elemento distintivo.
La degustazione alla Terrazza dei Barbanti
Estatici per essere sospesi in una delle terrazze più belle dell’intero capoluogo partenopeo con un panorama unico al mondo, ci apprestiamo ad assaggiare i “signature dish” dell’executive chef Vincenzo Stingone, fautore di una rivisitazione ragionata, in chiave fine-dining, dei grandi classici della tradizione gastronomica regionale.
Partendo dagli appetizer, sovviene la delicatezza del “tonno pinna gialla cotto in vaso cottura con salsa tonnata, alici del Cantabrico, uovo di quaglia e foglia di acetosa”, seguito dalla “nostra versione di parmigiana di melenzane su zuppa di pomodori San Marzano”, in cui la scomposizione “geometrica” del classico amato da adulti e bambini, ben restituisce quell’equilibrio di sapori, fra acidità, untuosità e tendenza amarognola del vegetale.

I due primi hanno, probabilmente, una ancor maggiore concretezza, in primis il “risotto stagionato dodici mesi in doppia consistenza di pisellini novelli, cotto in brodo di vongole veraci, mantecato al burro acido”: quasi autarchico il “pacchero di grano duro in salsa di ceci cilentani, estrazione di gamberi siciliani e scorzetta di lime”, un piatto vessillo di eccellenze regionali.
Si conclude la teoria salata con il piatto “antologico” dei “tentacoli di polpo nostrano alla piastra su crema di fagioli spollichini, impepata di cozze ed olio piccante”, una riuscita ibridazione fra il polpo grigliato ed un soutè di cozze: in pairing la Falanghina del Sannio D.O.C. 2023 Verditerre della maison irpina Feudi di San Gregorio, fresca e dalle interessanti noti vegetali.

Di gran rigore e classicità il dessert, babà con frutti rossi e crema pasticciera, anche questo potremmo dire “fusion” per la sagace commistione di influenze, originale l’impiattamento in uno scrigno con la medesima sagoma del dolce, seppure “king-size”: in pairing l’aromaticità dell’amaro calabrese “Jefferson” dell’azienda Vecchio Magazzino Doganale, in pochi anni assurto a vera e propria referenza indispensabile di settore.


