La storia delle carceri antiche di Napoli e dei loro prigionieri più illustri

Arte e Cultura
Articolo di , 06 Dic 2020

 

I luoghi storici di Napoli trasudano di affascinante mistero. Nel corso dei secoli, innumerevoli leggende e storie realmente accadute hanno contribuito alla magia e al forte senso di suggestione che si respirano varcando le loro soglie. Ad oggi, centinaia di migliaia di turisti ed altrettanti esperti ed appassionati, si lasciano ammaliare dall’elevata caratura storica dei punti nevralgici della cultura partenopea. A Napoli, i Castelli hanno sempre ricoperto un ruolo fondamentale, ergendosi sugli scenari che li circondano con grande maestosità. Attraverso echi secolari, le fortezze che adornano il paesaggio partenopeo hanno assunto diverse funzioni, rivelandosi sempre fondamentali. Le carceri antiche di Napoli, site in alcuni casi nelle viscere dei Castelli che oggi amiamo visitare, hanno accolto numerosi personaggi storici, raccontando storie struggenti di una vita in catene.

Castel Dell’Ovo tra le carceri antiche di Napoli

Sito sull’isolotto di Megaris, il Castel Dell’Ovo fu il risultato di una serie di fortificazioni che partirono da una chiesa fondata dai padri Basiliani. Già dall’alba del XIII Secolo, comunque, si ha traccia dell’edificazione di una Rocca. Fu Guglielmo I, nel 1221, ad iniziare i lavori d’ampliamento della struttura, successivamente ultimati da Federico II Di Svevia. Re Roberto adibì la fortezza a prigione per la prima volta. Al tempo, vi fu imprigionata la principessa d’Acaja, poiché non volle mai accettare di convolare a nozze con uno dei figli del sovrano.

 

Nel 1300, il maniero prese il nome di Castel Dell’Ovo. Secondo alcuni, per l’evidente forma ovale dell’isolotto Megaris, secondo altri per la leggenda dell’Ovo di Virgilio; manufatto alchemico, detto ATHANOR che reggerebbe le sorti della città e che, per questo, sarebbe custodito in una gabbia, nelle segrete più oscure dell’edificio. Il Forte assunse la funzione di carcere già nel ‘300.

 

Le antiche prigioni ospitarono, dapprima Corradino di Svevia e la prima Regina Giovanna, con l’accusa di aver fatto uccidere il marito Andrea d’Ungheria. Da allora, le celle del castello assunsero l’appellativo di “carceri della regina Giovanna”. Negli anni del vicereame spagnolo, tra le mura del carcere si alternarono diversi prigionieri illustri. Dal filosofo Tommaso Campanella, fino ad arrivare, in epoca risorgimentale, a Carlo Poerio, Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis. A partire dal XIX Secolo, il Castel Dell’Ovo assunse la funzione di carcere militare, dopo essere stato sottoposto a diverse opere di restauro.

Gli ambulacri di Castel Sant’Elmo 

Gli ambulacri di Castel Sant’Elmo fanno parte delle carceri antiche di Napoli. Al tramonto del XVIII Secolo, la struttura funse da prigione per alcuni neogiacobini che si erano uniti in società segrete per instaurare una Repubblica Napoletana. Tra questi, occorre citare Gennaro Serra di Cassano, Giuliano Colonna di Stigliano, Ettore Carafa d’Andria, Mario Pagano e Ferdinando Pepe. Quando la Resistenza riuscì ad impadronirsi del Castello, proclamando la Repubblica Napoletana facendo svettare la bandiera tricolore gialla, rossa e turchina, la scrittrice Eleonora Pimentel prese parte ai festeggiamenti con un Inno alla Libertà composto per l’occasione.

 

Alla fine della Repubblica, la donna fu arrestata e condannata a morte per impiccagione. Quando i Borbone riconquistarono Castel Sant’Elmo, questo fu prigione per i rivoluzionari, tra cui Luigia Sanfelice, giovane nobildonna napoletana che nel 1799 denunciò una congiura ai danni del governo rivoluzionario. Alla fucilazione dei responsabili, il popolo la considerò come salvatrice della Repubblica. Dopo la sconfitta, però, fu imprigionata prima a Castel Sant’Elmo e poi a Palermo, poiché la sua condanna a morte fu rimandata a causa di una presunta gravidanza. Sanfelice trovò la morte decapitata a Napoli l’11 settembre del 1800. Nel 1821, gli ambulacri di Castel Sant’Elmo imprigionarono il Generale Pietro Colletta.

Le carceri antiche di Napoli nel Maschio Angioino 

Il Maschio Angioino è un simbolo indiscusso della cultura partenopea. Carlo D’Angiò eresse il forte nel 1279. Oggi, il Maschio Angioino è oggetto di numerose visite turistiche, grazie ai suoi meravigliosi percorsi. Tra i più appassionanti, occorre citare quello dedicato alle prigioni, che si dirama tra la Fossa del Miglio e la Prigione della Congiura dei Baroni; ambienti posti nello spazio sottostante alla Cappella Palatina. La prima, denominata anche Fossa del Coccodrillo, veniva utilizzata come prigione d’isolamento per i condannati a morte.

 

Furono diverse le leggende che si alternarono riguardo la misteriosa sparizione di alcuni prigionieri che, dopo un po’, si scoprì fosse opera di un coccodrillo, capace di giungere nei sotterranei attraverso un’apertura, per poi trascinare i detenuti in mare dopo averli addentati con estrema ferocia. Alla fine, le guardie uccisero il coccodrillo servendosi di una coscia di cavallo avvelenata, per poi impagliarlo e agganciarlo sulla porta d’ingresso del castello. Nella fossa dei Baroni, invece, si trovano quattro bare senza iscrizione in cui, probabilmente, riposarono le spoglie terrene dei nobili che presero parte alla congiura contro Ferrante I d’Aragona, nel 1485.  Furono spesso utilizzati come prigioni anche i sotterranei della Torre dell’Oro, di quella di Guardia e della Torre di San Giorgio.

Le prigioni di Nisida e Terra Murata 

Sulla piccola isola di Nisida, appartenente all’arcipelago Flegreo, fu eretta una delle carceri più antiche di Napoli. L’isolotto ospitò diverse strutture, alcune adibite ad accogliere i vezzi dei Reali, vista la sua meravigliosa topografia. Nel XVII Secolo, i Borbone decisero di acquistare l’isola, rendendola una riserva di caccia. Fu, successivamente, Gioacchino Murat a riadattare la struttura della torre di guardia, edificata già nel XV Secolo, per volere di Luigi II d’Angiò, per renderla un penitenziario. Il carcere ospitò, fra gli altri, anche Michele Pironti e costringeva i detenuti ad una vita orribile, in condizioni inumane. Fu nel periodo fascista che il bagno penale venne trasformato in Riformatorio Giudiziario Agricolo e, poi, in Casa di rieducazione.

 

Infine, tra gli scorci più suggestivi offerti dalle Isole napoletane, figura sicuramente quello di Terra Murata, a Procida. Si tratta di un luogo dalla memoria inestimabile, capace di trasmettere con nitidezza le tragiche esperienze avute luogo tra le mura delle sue carceri, seppur a distanza di secoli. Nel 1988, l’amministrazione napoletana dismise il Bagno Penale Borbonico. All’interno del carcere si vedono ancora i soffitti rinascimentali delle enormi camere riadattate a celle. I semiarchi che contraddistinguevano la struttura, vennero spezzati da muri divisori, costruiti nel 1830 per opera di Ferdinando di Borbone. In precedenza, infatti, le carceri di Terra Murata erano state il Palazzo Gentilizio di Inigo D’Avalos.

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