La piscina degli Incurabili

Maddalena Sorbino

L’ospedale degli Incurabili di Napoli sorse nel 1522 per volere di Maria Lorenza Longo. La storia riconducibile all’edificazione di questa struttura è davvero interessante: si narra che la signora in questione fosse affetta da una grave malattia che non le permetteva di camminare, e che in riconoscenza della sua guarigione miracolosa, nacque il nosocomio in questione.

 

A quel tempo Napoli era sotto il dominio della Spagna unificata e nel 1506, con il re Ferdinando il Cattolico, si insediò in città una schiera di ministri reggenti del Consiglio catalano, tra cui si distinguevano personaggi come Antonio D’Agostino, Tommaso Malferit e Giovanni Longo, con il quale Maria Lorenza era sposata. La donna, che al tempo risiedeva nella rua Catalana, decise di percorrere un pellegrinaggio a Loreto, dopo il quale recuperò l’uso degli arti inferiori, grazie all’intercessione della Vergine Maria.

Da quel momento, Maria Lorenza decise avrebbe speso la sua vita dedicandosi ai più deboli e agli ammalati, per i quali fece erigere la Santa Casa degli Incurabili.

 

L’ospedale era forse il più considerevole del regno e seppur i ricoveri accettati erano in notevole numero, altrettanto era quello delle persone che perivano durante il periodo di cura.

 

I metodi e le cure utilizzati per guarire il popolo napoletano erano molteplici, tra cui ricordiamo quella a base di teriaca, erba medicamentosa, la cui produzione avveniva nei pressi della struttura ospedaliera, in grado di guarire i casi più disperati.

La donna teneva a cuore tutti colori i quali non potevano permettersi cure o spese funerarie, che potevano trovare ristoro e conforto solo agli Incurabili.

 

Oggi come allora associamo questa fetta di popolazione alla piscina degli incurabili. Infatti, una volta ceduti gli ammalati venivano gettati in una fossa situata in una grande cavità sotterranea dell’ospedale stesso, per l’appunto, la famosa piscina.

Si trattava di un’enorme cisterna tufacea situata nelle viscere della collina di Caponapoli che fu riempita a più non posso tra il Seicento e il Settecento.

 

Perfino Filippo Ammirati, in un suo scritto del 1793, descriveva il “fetore terribile che esalava dalla piscina ove si gittavano i cadaveri di coloro che muojono nello spitale degli Incurabili”. Difatti, è questo il motivo per cui in quegli anni, il re fece costruire un nuovo Cimitero fuori dalla città.

 

Certo, sappiamo quindi che i chili di calce viva gettata all’interno della fossa, non bastavano per eliminare il cattivo odore dalla città. Per questo nel 1762 Ferdinando IV di Borbone commissionò a Ferdinando Fuga la costruzione del cimitero delle 366 fosse, chiamato così perché formato da altrettante cavità, ognuna per ogni giorno dell’anno (compresi gli anni bisestili). Un modo per ovviare a quella problematica, ma soprattutto per far sì che anche gli strati sociali più bassi avessero un luogo dove seppellire i corpi dei meno abbienti.

 

In seguito a questi eventi la piscina fu abbandonata al proprio destino e dimenticata da molti.

La curiosità a dir poco sconvolgente è che la piscina non è mai stata ritrovata. Il dato ci lascia nello sconcerto se pensiamo a quante esplorazioni del sottosuolo abbia subito la città di Napoli, cominciando proprio da Guglielmo Melisurgo, padre della speleologia urbana.

Il professore Gennaro Rispoli suppone sia probabile che la cavità sia stata sepolta dai detriti delle macerie della seconda guerra mondiale.

 

Eppure, per molti, tra i quali spicca il pensiero dell’ingegnere Clemente Esposito, questa ricerca è diventata una vera e propria ossessione, tanto da imbattersi negli anni nella ricerca insieme allo stesso professor Rispoli, documentando i loro studi con foto e testimonianze. Tuttavia, questa grande cava non rappresenta un unicum per la città di Napoli. Basta pensare, infatti, sia al Cimitero delle Fontanelle, quel sistema di grotte tufacee in cui furono portante innumerevoli morti, che ad un altro “cimitero” mai più ritrovato: la grotta degli Sportiglioni (pipistelli), tra Poggioreale e Capodichino, nella quale vi sono parecchie delle vittime della peste del 1528, come ad esempio i soldati francesi.

 

Ma non solo: grazie al giornalista Salvatore Di Giacomo e ad un suo articolo sul Corriere di Napoli, risalente al 1902, sappiamo anche di un altro ossario, posto al di sotto dell’ospedale dell’Annunziata a Forcella, contenente le vittime della peste del 1656. Questo luogo fu poi sgomberato quando il vicerè, temendo una nuova ondata, ordinò di liberare tutte le sepolture sotto le chiese napoletane. Molti di questi, furono portati al Cimitero delle Fontanelle.

 

Fonte: Marco Perillo, Le incredibili curiosità di Napoli.

Foto: https://www.napoligrafia.it/monumenti/complessi/incurabili/incurabili01.htm



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