La convenzione della “quarta parete” nel teatro

Grande Napoli
La convenzione della “quarta parete” nel teatro
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Il teatro e la quarta parete. Cosa accade quando questa cade e che relazione si viene ad instaurare
con il pubblico? La caduta della quarta parete avviene con il teatro surrealista. Un esempio molto
esplicativo per capirne il significato è il primo quadro della pièce teatrale “Veleno” di Roger Vitrac, in
cui entrano in scena “dieci personaggi che […] d’un tratto si girano verso il pubblico, portano la mano
destra a visiera sugli occhi”. Vitrac, quindi, sceglie di far rivolgere i propri attori alla platea, così da
instaurare una relazione con il pubblico per il quale il palco non è più inglobato in una campana di
vetro. L’attore, quindi, non solo mostra allo spettatore di essere cosciente della sua presenza in sala,
ma si avvale di lui per la messa in scena stessa. Lo spettatore in poltrona diventa parte attiva dello
spettacolo. A questo punto è necessario citare il breve saggio “Per un teatro povero” di Grotowski e
della “funzione terapeutica del teatro” di cui lui parla. Si tratta di un “atto” che risulta dall’incontro
dell’attore con il suo pubblico. L’attore ha il compito di instaurare un dialogo con lo spettatore. La
condizione ottimale per l’attore sarebbe quella di trovarsi al contempo “dentro e fuori”. Con il
dentro, si intente il palco e la convenzione scenica, mentre il fuori è l’immagine che arriva all’occhio
dello spettatore in sala. Essere dentro e fuori, quindi, significa avere piena padronanza tanto del
testo, della partitura fisica e delle indicazioni registiche prestabiliti quanto dell’occhio esaminatore
del pubblico e delle sue reazioni. Se, quindi, l’attore è ben preparato, egli sarà in grado non solo di
limitare gli “imprevisti” che risultano dall’incontro con lo spettatore, ma, ancor più, di volgerli a
proprio vantaggio nel caso in cui si verifichino. Questa è l’opinione di Claudia Contin Arlecchino,
Direttore artistico di Porto Arlecchino, secondo cui un piede mal appoggiato sul palco può portare a
simulare una caduta buffa, così come un arricciamento della lingua può marcare la difficoltà di
pronunciazione di una parola. L’attore ha quindi il compito di confrontarsi con gli ostacoli che
incontra e di trarne ciò che c’è di buono nell’immediato, stesso durante la performance. E’ qui che
introduciamo un’altra condizione necessaria per chi fa teatro: la reattività. Come già illustrato, un
attore padrone di sé e di ciò che accade accoglie l’imprevisto, lo utilizza immediatamente e, una
volta rientrato nella sala prove, come un abile artigiano, lo riprende, lo ripulisce del superfluo e lo
inserisce nella pièce come se fosse nato per farvi parte. Secondo il maestro di Mimo Corporeo
Michele Monetta, docente presso l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, un attore
deve essere “reattivo”. Michele Monetta, infatti, basa il suo lavoro sulla tecnica del mimo appresa a
Parigi alla scuola di Étienne Decroux, sull’improvvisazione e sul rapporto azione-reazione con i
compagni di lavoro. L’attore deve, pertanto, essere in grado di stabilire un rapporto con i propri
compagni di scena e di rispondere prontamente agli stimoli che arrivano dall’esterno così da
generarne di nuovi.

 

Articolo di Valentina Martiniello



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